IL NOME: Artogne (Artògne) - Artognis (1336 e 1406) - Artonibus (sec. XV) - Artogni (1587-1599): il nome Artogno, che fu riportato, con questa terminologia, da Leonardo Da Vinci nella sua famosa mappa con schizzi dalla Valle Camonica, potrebbe derivare dall'aggettivo latino "artus" o dal gentilizio romano "Artenins" composto da "Art" (termine con radice ignota) ed "Ogne" che è il plurale di "ogna" (ontano, nome molto diffuso in tutta la Valle Camonica). Alcuni studiosi di toponomastica ed etimologia propendono però per l'ipotesi che "Artogne" derivi dal germanico medievale "hart" (fortezza o recinto difensivo) e dal longobardo "thon" che indicava quei recinti rurali in cui venivano custoditi capi di bestiame (di solito ovini e bovini). Dunque Artogne in origine, se si da credito a quest'ultima versione sull'origine del nome, potrebbe essere stato un centro fortificato, magari anche abitato da allevatori, o centro di mercato o di scambio di bestiame, posto sulle vie di comunicazione della bassa Valle Camonica. TELEFONI UTILI: Municipio, via IV Novembre n.8, tel. 59598280. MERCATO: il venerdì. MANIFESTAZIONI: Settembre Artognese con palio delle contrade. LOCALITA’ COMUNALI: (Molte delle località di seguito riportate forse non sono più presenti nella memoria delle nuove generazioni o nelle carte, o nei contratti notarili o nei testi contemporanei. Alcune risalgono, nella loro identificazione, a molti secoli addietro, altre hanno mantenuto intatto la loro localizzazione e il loro nome passando di proprietà in proprietà, altre ancora, anche ai nostri giorni, sono presenti in carte catastali, in contratti di compra vendita o semplicemente nella parlata di tutti i giorni).
Acquebuone (Acquebùne; Achibùne; Aìvebùne)a m.662, frazione di Artogne posta sopra il comune di Piancamuno. Deriva dalla complessa parola celtica "agaag-ax" che indicava "acqua" e "bo-bu" (baita di legno:
da questo si evince "baita presso l'acqua"). Questo termine si trova spesso nella toponomastica di località su tutto l'arco alpino.
LA STORIA : Il paese dovrebbe avere le sue origini da un antico insediamento o un luogo fortificato che i romani, durante la loro campagna di occupazione, avevano costruito a cavallo della importante strada Valeriana che percorreva in tutta la sua lunghezza la Valle Camonica. Nella zona sono state infatti ritrovate delle lapidi romane che attestano la presenza in loco di un presidio o di un piccolo borgo, formato forse da alcune abitazioni rurali. Nella zona, forse addirittura già in epoca preromana, potrebbero essere stati presenti dei recinti o degli spiazzi delimitati in cui venivano ricoverati e ammassati i capi di bestiame che poi salivano in altura, sulle montagne circostanti, per l'alpeggio. Questo sistema di allevamento, ancora presente sulle nostre montagne, è una pratica antichissima, adottata anche dai primi abitatori della Valle: i Liguri. Furono proprio loro ad importare l'allevamento del bestiamo "grosso e minuto" nelle vallate alpine e avevano imparato, seguendo l'evolversi delle stagioni, a sfruttare nel periodo estivo-autunnale i vasti prati posti in quota appena oltre il limitare dei boschi, per poi fare ridiscendere le mandrie e greggi a quote più miti durante il periodo invernale. Tutta la bassa Valle Camonica, comprese le terre di Artogne, in epoca medioevale e carolingia e fino attorno all'anno mille fu donata, con bolla imperiale, ai monaci del potente convento francese di Marmoutier, che tra le varie opere messe in cantiere iniziarono a eseguire delle vaste bonifiche su tutto il territorio acquitrinoso che occupava tutto il fondovalle della Bassa Valle Camonica: il lago Sebino si estendeva fino a Montecchio o più su fino a Cividate. Nel XII secolo, mediante scambi territoriali, donazioni, investiture e molti scontri armati, la Valle divenne feudo del vescovo di Brescia che a sua volta investì di vasti beni e benefici, nella ampia area posta subito a Nord del lago d'Iseo, da Pisogne ad Artogne, la nobile e antica famiglia dei Brusati. L'investitura avvenne con atto ufficiale della Curia il 12 marzo del 1233. Circa un secolo dopo, in un documento notarile del 1331, si legge che le vaste proprietà di Ghirardo Brusati, nel territorio di Artogne e Gratacasolo, erano state acquistate da Zanone e Ziliolo figli di Bajaco Federici di Gorzone, per 2.663,5 lire imperiali (somma enorme per quei tempi). Sembra che, proprio da questi accorpamenti e compra-vendite di varie proprietà appartenenti ad antiche famiglie nobiliari (in molti casi decadute o in difficoltà o in estinzione), nacque la potenza della famiglia Federici. Il ceppo dei Federici, in breve tempo, divenne, nei suoi innumerevoli rami, la più potente casata della Valle Camonica. Alcuni studiosi di storia locale ritengono che gli stessi Federici di Artogne siano discendenti o consanguinei degli stessi Brusati e che derivino il loro nome da Federico Barbarossa, imperatore che li investì di numerosi privilegi e titoli. Tra i vari rami in cui si divise la famiglia, i Federici di Artogne, dapprima ghibellini e dunque alleati dei milanesi Visconti e contrari alla curia bresciana, col dominio della Serenissima Repubblica Veneta si avvicinarono (a più riprese e secondo le convenienze politiche del momento) alla nobiltà bresciana e al vescovo Berardo Maggi, allora Duca di Valle Camonica: anche per questo motivo i Federici di Artogne vennero iscritti nel 1454 nell'elenco dei nobili bresciani. Dalla sua fondazione nel XIV secolo e fino al 1578 la chiesa di San Cipriano fu dipendente dalla vasta e antichissima Pieve di Rogno che era posta però sull'altra sponda dell'Oglio. Nel 1578 la parrocchia di Artogne divenne a sua volta vicariato e proprio in sostituzione di Rogno. Vasta era la sua giurisdizione ecclesiastica che estendeva il suo controllo sulle chiese dei territori di Rogno, Angolo, Darfo, Erbanno, Montecchio, Gianico, Gorzone, Anfurro, Corna, Piazze, Monti e Piano: giurisdizione che venne però notevolmente ristretta alcuni anni dopo con il distacco e la creazione di numerose altre parrocchie. Resta negli annali della storia di Artogne la data del 24 aprile 1580, quando il cardinale Carlo Borromeo, in visita episcopale in valle Camonica, visitò la locale parrocchia e la trovò in ordine e ben funzionante tanto che i religiosi e la popolazione locale furono ufficialmente lodati (e il futuro San Carlo… non era certo tenero nei suoi giudizi !!). Durante l'omelia della messa Grande, in una infuocata predica, però minacciò di scomunica alcuni concubini (minaccia assai ricorrente a quei tempi) e raccomandò di stare lontani dalle idee giansenistiche e protestanti che avevano fatto la loro timida e fugace comparsa anche nel territorio della Valle Camonica, portate dai numerosi mercanti che giungevano dalla non lontana Svizzera e transitavano lungo la via Valeriana che era rimasta la principale arteria valligiana. Nel Catastico del 1610, redatto dal podestà veneto Giovanni da Lezze, Artogne risultava essere dotata di una vasta autonomia comunale la cui giurisdizione amministrativa comprendeva anche le terre, i boschi e i pascoli di Piazze e di Acquebone, agglomerati di case posti a mezza costa e in montagna. Vista la posizione non ideale per coltivazioni intensive (sempre secondo il Lezze), le terre coltivabili di Artogne producevano scarsi cereali ed uve, ma molta fienagione, pere, mele e castagne. Fonte notevole di reddito (e lo fu per secoli) erano appunto le castagne che seccate o ridotte in farina (farìna de schèlt) erano la base per la produzione di biscotti, apprezzati e conosciuti anche fuori dalla Valle Camonica. L'allevamento di bestiame restava comunque la principale fonte di sostentamento, ma vi erano anche quattro fucine, per la lavorazione del ferro e di alcune sue leghe, che ponevano Artogne tra i centri più vitali della Valle. Alcuni mercanti bergamaschi, delle non lontane Lovere e Castro, in cui la lavorazione dei metalli era già impiantata da tempo, avevano ottenuto la concessione da Venezia per estrarre minerali, che si trovavano nel comune di Artogne, tra i quali i più appetibili e anche relativamente diffusi erano l'argento e il piombo. Dopo il periodo in cui spadroneggiavano i vari signorotti locali che, per salvaguardare i propri interessi, si appoggiavano ai vari potentati bresciani, milanesi o veneziani, a seconda del vincitore di turno, nacque, anche se molto lentamente, una volontà popolare di autodifesa dai soprusi o la sensibilità per una certa autonomia e si vennero così a creare le "Vicinie", prima come insieme di agricoltori per acquisire terre o attrezzi, poi per fondare una comunità autogestita e democratica più vasta. Queste col tempo e con una lenta e complessa evoluzione politica si identificarono con le varie municipalità comunali fino al periodo napoleonico. Queste "Vicinie", tra cui Artogne, restarono vive e attive nei loro organismi profondamente popolari e a suffragio allargato ai capi famiglia "originari", fino al periodo giacobino e lasciarono profondi segni di libertà e indipendenza amministrativa in molti comuni della Valle Camonica. Con la Repubblica Cisalpina, Artogne, come il resto della Valle, entrò nel dipartimento bergamasco del Serio e perse la sua autonomia comunale. Dopo la restaurazione post-napoleonica tutta la Valle con gli accardi al Congresso di Vienna, passò sotto il dominio Austriaco e durante le guerre risorgimentali alcuni artognesi parteciparono alle varie vicende belliche contro l'Austria. Artogne dopo la creazione del Regno d'Italia venne nuovamente aggregata amministrativamente a Brescia. Anche ad Artogne, come in tutti ipaesi della Valle, vi fu una forte emigrazione che raggiunse l'apice negli anni 1904/1905 quando ben 132 artognesi, su una popolazione di 1795, andarono lontano d casa per cercare lavoro e una vita più dignitosa. Durante il ventennio fascista, nel 1927, avvenne la fusione e l'accorpamento tra i piccoli comune e Artogne venne unita al comune di Pian Camuno originando "Pian d'Artogne". Nel 1957 Artogne riottenne l'indipendenza amministrativa e ritornò comune autonomo. DA VISITARE: Parrocchiale dei Santi Cornelio e Cipriano: in loco esisteva già una chiesa del 1400, ma nel 1751 il tempio fu ampiamente ristrutturato, in stile barocco, proponendosi come tutt'oggi si vede. Su un lato vi è un bel portale in pietra simona mentre la facciata è caratterizzata da otto statue collocate in altrettante nicchie. All'interno l'altar maggiore, in puro stile barocco, è opera del noto artista Andrea Fantoni. Gli affreschi sono invece attribuiti a Ludovico Gallina. La pala coi "Santi Cornelio e Cipriano" è di Enea di Salmeggia dei Ghirardi. Pregevole la grande tela con l'"Adorazione dei Magi" opera di Gaspare Diziani. Rimarchevole anche un "Crocifisso" ligneo del 1700. La Chiesa di Sant’Andreaè invece di inconfondibili linee quattrocentesche. Al suo interno vi sono degli affreschi la cui datazione e attribuzione non sono certe. Ben databili invece i due affreschi sulla facciata destra: del 1505 sono un "San Cristoforo" e del 1410 un "Sant'Andrea". Sul lato sinistro è visibile una "Vergine con santi" del 1618. La Chiesa di Santa Maria Elisabetta è pure lei di classica impronta quattrocentesca. Il campanile invece riecheggia linee rinascimentali. I portali sono in arenaria rossa e quello d'ingresso è datato 1532, mentre quello laterale è del 1538. All'interno, sulla parete destra e sul presbiterio sono venuti alla luce degli affreschi di buona fattura. Tra i preziosi dipinti su tela vi è una "Visitazione" attribuita a Palma il Giovane e una "Madonna del Rosario" del Pitocchetto. Ancora al Pitocchetto è attribuita la "Via Crucis". Del 1500 invece un crocifisso in legno su cui sono visibili delle citazioni gotiche. La Parrocchiale di Piazze, dedicata a Santa Maria della Neve fu in antico una chiesetta eretta nei primi anni del 1500. Fu rifatta quasi completamente nel 1700 conservando il bel portale in granito. All'interno sono visibili alcuni affreschi del 1700 attribuiti al Quaglio. Due dipinti sono del Corbellini e raffigurano un "Cenacolo" e "Quattro evangelisti". Buona fattura anche per una "Madonna" lignea. La Chiesa di San Rocco è nella frazione Acquebone. fu edificata nel 1588 e di pregevole conserva una statua del patrono "San Rocco" dello scultore Giacomo Rossi. |