1859 ottobre 23: nel nuovo assetto territoriale, dopo la seconda guerra d’Indipendenza, con la vittoria dei Franco Piemontesi sugli Austriaci e il passaggio della Lombardia al Regno dei Savoia, la Valle Camonica torna a far parte della provincia bresciana.
Il Regno d'Italia, sotto lo scettro di Casa Savoia, era divenuto ormai una realtà politica nel 1861, con l'unificazione mediante conquista o annessione (anche con plebisciti) dei vari Regni, Ducati e Granducato in tutta la penisola (esclusa Roma e parte del Lazio che restavano come salda e ingombrante testimonianza del potere temporale del papato) e la Valle Camonica restava comunque territorio di confine con l'Impero Austro-Ungarico (e dunque con il centro Europa) e, negli anni successivi, spesso venne minacciata e rimase ancora a lungo luogo di sanguinosi scontri militari.
Erano infatti passati appena cinque anni dalla proclamazione ufficiale del Regno che, nel 1866, la giovane nazione Italiana, a fianco della Prussia (embrione della futura Germania), dichiarava guerra all'Austria: era la Terza Guerra d'Indipendenza che doveva poi portare alla liberazione del Veneto e di parte del Friuli.
La Valle Camonica fu subito in prima linea dato che lo schieramento di difesa contro l'Impero Austriaco si estendeva dal passo del Tonale a quello del Maniva ed era considerato, dallo stato maggiore Italiano, uno dei settori più pericolosi e più a rischio di controffensive o colpi di mano militari dei nemici imperiali.
Per difendere l'alta Valle Camonica, e il suo lungo, diversificato e frastagliato confine con il Trentino, fin dalla fine della Seconda Guerra d'Indipendenza (1859), erano state fatte affluire ed erano state stanziate sopra e intorno a Edolo, Incudine, Temù, Vezza d'Oglio e Ponte di Legno delle truppe di soldati regolari (del neonato Regio Esercito), comandate dal colonnello Vincenzo Caldesi che aveva posto il suo quartiere generale a Edolo. Altri comandi staccati furono posti anche in altri paesi come a Ponte di Legno e a Vezza d'Oglio.
Gli Austriaci, che alla dichiarazione di guerra erano appostati, con forti truppe alpine, al passo del Tonale, a Vermiglio e in Val di Non ed evidentemente erano già pronti all'attacco, ricevettero l'ordine di avanzare discendendo lungo la Valle Camonica per occuparla militarmente.
Passati da Ponte di Legno, Incudine e Vione, senza subire alcuna resistenza dalle scarse milizie presenti che si erano affrettate a discendere fino a Vezza d’Oglio, gli austriaci giunsero alla periferia del paese dove, sulle pendici dei monti e nelle vaste aree prative a nord dell'abitato, posero il loro campo base e il comando di settore. Qui e nei pressi di Temù concentrarono e raggrupparono le loro truppe formate da un contingente di circa tremila uomini ben armati, fortemente motivati alla guerra e, rispetto agli Italiani anche ottimamente equipaggiati.
Vennero subito rafforzate alcune postazioni, creati dei fossi e eretti dei terrapieni che formavano una nuova forte linea difensiva da cui il comando austriaco avrebbe potuto far compiere delle sortite che avrebbero potuto
colpire tutta l'alta Valle.
Dal comando Italiano, vista anche la gravità della situazione e il pericolo che le truppe austriache, approfittando del vantaggio territoriale e tattico ottenuto, dilagassero verso Edolo, Breno, il Sebino e giungessero a minacciare addirittura Brescia e le retrovie dell'esercito italiano che erano schierate verso Verona, era subito partito l'ordine di trasferire al più presto in Valle Camonica, un battaglione di Bersaglieri.
I fanti piumati, che erano già ritenuti delle truppe "scelte", giunsero a Incudine il 3 luglio (1866) agli ordini del colonnello Nicostrato Castellini.
In alta valle, da quel momento, dunque erano operativi due distinti comandi militari: quello del Castellini e quello del Caldesi.
Quest'ultimo che era stato colpito da un forte attacco influenzale che lo costringeva a letto, era stato portato in un baita in alta quota, dove aveva posto il suo comando e da dove era possibile avere una visione generale abbastanza completa delle forze e delle postazioni nemiche.
I due colonnelli, appena avuto un primo abboccamento, si scontrarono immediatamente sulla strategia da tenere e sui metodi difensivi o offensivi da opporre agli austriaci che intanto continuavano a rinforzare la loro presenza nella zona attorno a Vezza d'Oglio facendo affluire altre truppe e materiale bellico dalla vicina Val di Non e dal Trentino.
Il Castellini, pur non conoscendo bene la zona oltre Vezza d'Oglio e all'oscuro della consistenza del nemico, sosteneva con foga che i prati e i boschi sopra Vezza erano la zona migliore per tentare una difesa "organica e staticamente valida" ma che questo stato di cose era solo momentaneo e temporaneo e doveva essere usato solo come base di partenza per passare poi, in pochi giorni, ad una immediata offensiva diretta.
Caldesi, più prudente e certamente più edotto sulla consistenza delle truppe presenti sul territorio, sia dei bersaglieri e di quelle del nemico, preferiva invece procedere ad un ulteriore assestamento delle proprie postazioni e trincerarsi con tutte le forze a disposizione nei dintorni di Incudine e a sud di Vezza d'Oglio dove già esistevano alcune trincee e delle case fortificate poste su una lunga linea che, secondo lui, era ben più facilmente difendibile e a cui potevano essere fatti affluire più rapidamente eventuali aiuti di altre truppe che erano state promesse dallo stato maggiore.
Tra i due comandanti, uno attendista e prudente e l'altro spavaldo e impavido, dalla accesa discussione si passò ben presto ad un'aperta e furibonda lite che (raccontarono le cronache dell'epoca) degenerò in insulti e pesanti apprezzamenti sulle capacità tattiche o sul coraggio e sprezzo del pericolo del rispettivo collega.
Al termine dell'inutile e focosa riunione, non trovando alcun punto d'intesa, i due alti ufficiali si trovarono in accordo solo di... agire indipendentemente uno dall'altro e di non coordinare le loro azioni.
Di fatto (agendo come avvenne anche a Custoza per il grosso dell'Esercito Regio) presero la decisione più nefasta (di altri casi simili è piena la storia delle forze armate italiane anche in altre guerre) e cioè di operare ognuno per conto proprio, senza tenere conto delle azioni intraprese dell'altro e senza alcun coordinamento tattico.
L'ordine che il Castellini aveva ricevuto dallo stato maggiore era quello di difendere la linea fortificata che era stata tracciata sopra Edolo e di impedire agli austriaci di dilagare verso sud.
Non vi era stato nessun ordine che indicava di assalire le postazioni nemiche o di giungere a contatto con le truppe austriache e di cercare il combattimento diretto ma la foga e l'ardore combattivo del focoso colonnello portò ad una spericolata e nefasta azione.
Solo 24 ore dopo l'arrivo in zona, il 4 luglio, il Castellini, sempre più infuriato con il collega e sordo ai richiami alla prudenza, che alcuni suoi ufficiali gli consigliavano, pur non avendo ancora un quadro generale e preciso della conformazione del terreno e della consistenza dello schieramento nemico, ordinò ai suoi bersaglieri, partendo da Vezza d'Oglio, un attacco frontale alle linee nemiche.
Nel frattempo il Caldesi assisteva passivamente allo svolgimento dell'azione senza neppure mettere in stato di allarme le proprie truppe limitandosi, burocraticamente, ad inviare una protesta formale scritta allo stato maggiore per segnalare le presunte ingerenze nel suo comando territoriale del Castellini.
La battaglia, purtroppo, già iniziata male per la inesistente preparazione generale e per l'impostazione tattica e strategica che prevedeva, adottando metodi bellici in auge qualche secolo prima, un attacco diretto e frontale a passo di corsa, si concluse tragicamente per le truppe italiane.
Il nemico, nettamente superiore per numero di forze ma specialmente avvantaggiato dovendosi difendere asserragliato e ben protetto in postazioni molto fortificate ed in posizione più elevata, riuscì facilmente a respingere i valorosi ma inutili assalti dei bersaglieri. Nelle schiere italiane, che attaccavano frontalmente, baionetta in canna e quasi completamente allo scoperto, le scariche di fucileria austriaca fecero paurosi vuoti.
Lo stesso Castellini, che eroicamente si era posto alla testa dei suoi uomini, venne colpito a morte e spirò sul campo di battaglia.
Subito dopo l'inutile massacro e dopo una ritirata sulle postazioni di partenza, presidiate dalle truppe del Caldesi, chiesta una tregua agli Austriaci, che la concessero subito, si poterono raccogliere i morti e specialmente assistere i numerosi feriti che vennero ricoverati all'ospedale militare di Edolo. Erano talmente tanti che gran parte di essi vennero posti, malgrado il sole cocente e le alte temperature di quella torrida estate, all'esterno dell'edificio e nei cortili poiché tutti gli spazi interni erano occupati.
Sessanta di questi soldati feriti, quelli che potevano essere trasportati sui carri a disposizione, vennero portati fino all’ospedale di Breno che era il più attrezzato della Valle.
Questa pesante sconfitta (anche se limitata per la relativa importanza dello scacchiere in cui si era svolta) non fu l'unica pagina negativa di quella guerra male organizzata e peggio gestita: l'esercito e la marina del neonato Real Esercito Italiano subirono altri paurosi rovesci militari a Custoza (località nei pressi di Verona) dove gli austriaci, il 23-24 giugno (1866), pur molto inferiori di numero, ma ottimamente comandati dall'Arciduca Alberto d'Asburgo, sconfissero pesantemente l'esercito italiano comandato dal generale La Marmora, che gestì malissimo il supremo comando e che non seppe coordinare i vari comandanti di divisione, ognuno invidioso degli altri e intenzionati solo a mettersi in mostra agli occhi del Re, ma, in casi non rari, ostacolando il lavoro dei colleghi e a Lissa (il 20 luglio - già dopo la pesantissima sconfitta subita dagli austriaci a Sadowa !!) dove la flotta austro-ungarica, comandata dall'ammiraglio Tegetthoff, sconfisse quella italiana mal diretta dall'ammiraglio Persano che si vide affondare 2 corazzate e perse 640 uomini).
L'unica vittoria italiana, in questa guerra, fu ottenuta dal corpo di volontari guidati da Garibaldi che il 21 luglio, sconfisse a Bezzecca, in territorio trentino, un forte contingente austriaco. Già in procinto di entrare direttamente nel cuore del Trentino e minacciare così alle spalle le linee austriache che correvano ancora sul Garda settentrionale, Garibaldi ricevette l'ordine di fermarsi e di ripiegare perché nel frattempo era stata apposta la firma sulla richiesta di armistizio che era stata sottoscritta dai rappresentanti italo-prussiani e austriaci. Il 9 agosto il generale, arrestando la vittoriosa marcia dei suoi volontari, che davanti a se non avevano nessun altra linea difensiva austriaca se non sparuti manipoli di guardie di frontiera o soldati sbandati e dispersi, diede disposizione di ritirarsi sulle vecchie linee di confine rispondendo all'ordine dello stato maggiore con il celebre telegramma composto da una sola parola: "Obbedisco", una parola che non era invece molto in uso, in quei tempi, tra gli altissimi ufficiali di carriera del giovane esercito italiano.
NOTE: 1866 luglio 23: Saviore: s’inaugura nel gruppo dell’Adamello, a 2541 metri di altitudine, il rifugio Garibaldi, presso il lago Vernacolo.
- 1866 novembre 2: Carpenedolo: muore a 60 anni Lorenzo Ercoliani; era nato l’8 giugno 1806. Nel 1842 aveva pubblicato a Brescia il celebre romanzo storico I Valvassori bresciani e nel 1844 Leutelmonte in cui vengono dscritte molte vicende ambientate in Valle Camonica; tra i suoi numerosi scritti anche una guida del lago di Garda edita a Milano nel 1846.
In Valle Camonica, sempre territorio di prima linea, durante tutto questo breve conflitto, subito dopo la sconfitta di Vezza d'Oglio, con gli Austriaci fortemente stabilizzati nelle trincee già sopra Edolo, Incudine e al passo del Tonale, la paura di una invasione nemica era fortissima: nei paesi dell'alta valle vi era anche incombente il terrore di saccheggi, vendette e ritorsioni sulla popolazione civile dopo un eventuale e paventato sfondamento delle deboli linee difensive italiane.
Per fortuna dell'Italia, nella battaglia di Sadowa (Königgratz), il 3 luglio (1866), in Boemia, i Prussiani, comandati dal generale von Moltke e dal principe ereditario Federico Guglielmo, ottennero una travolgente vittoria sulle truppe austriache guidate dal generale von Benedek. La disfatta su campo obbligò ad una umiliante pace l'Imperatore Austriaco che dovette accettare quasi tutte le pesanti clausole che vennero imposte dai Prussiani tra le quali anche il soddisfacimento delle pretese territoriali italiane sul Veneto.
La guerra, sul fronte italiano, era stata combattuta eroicamente dai soldati e dagli ufficiali inferiori mentre i vertici del neonato Regio Esercito avevano condotto l'intera (anche se breve) preparazione allo scontro bellico e le strategie generali nel conflitto in modo disastroso, pavidamente o in modo fortemente sconclusionato per beghe personali e ripicche tra i vari alti comandi.
Però la guerra era stata vinta (dagli alleati prussiani) e il Veneto divenne italiano. Le sconfitte italiane a Custoza e a Lissa, pesarono comunque negativamente sul tavolo delle trattative e i plenipotenziari Italiani non ottennero, come pretendevano, le altre terre che avevano insistentemente chiesto: il Trentino Alto Adige e Trieste.
Questo significava, per la Valle Camonica, essere ancora terra di confine e avere un potente (e bellicosamente astioso) nemico, non vinto direttamente (anzi !) e perciò grandemente smanioso di rivincita, presente nelle munite postazioni sul Tonale e sui contrafforti montuosi dell'Adamello.

1902: Passo del Tonale:
Ufficio di dogana e di controllo confinario
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Conclusa la guerra, ritiratesi le truppe austriache oltre il confine naturale del Tonale, quello stesso anno, poco a nord dell'abitato di Ponte di Legno, sulla strada militare divenuta "statale del Tonale", venne posto e reso operativo l'ufficio di dogana e istituito il "controllo confinario".
La Valle Camonica ebbe, dopo il 1866, un periodo di relativa tranquillità in cui si misero in cantiere e furono eseguite numerose opere di carattere pubblico.
La viabilità maggiore della valle, grandissimo problema da sempre (anche allora !), restava in pratica ancora quella tracciata dalle legioni dei Romani quando, dal 16 al 14 a.C., estendendo il loro dominio nelle vallate alpine,
le collegarono tra loro con una moderna ed efficiente (per quei tempi) rete stradale. L'arteria di percorrenza principale alla fine dell’ottocento era dunque ancora l'antica via Valeriana, che era stata progettata e realizzata seguendo, oltre agli interessi militari, l'orografia, le difficoltà e gli ostacoli naturali del terreno di quasi duemila anni prima ma specialmente dovendo tenere conto della impraticabilità del fondo valle dovuto alle vaste paludi che solo nel tardo medio evo erano state prosciugate. Durante il periodo di dominazione austriaca erano stati fatti dei lavori, anche rilevanti, che avevano già modernizzato alcuni brevi tratti di una strada che in alcuni punti era però ancora quella di secoli prima. Numerosi erano dunque i tornanti e le strettoie, o addirittura delle scalinate, anche all’interno degli stessi piccoli centri abitati, tra case con viottoli stretti e infossati, con i dislivelli di quota che portavano, questa importante arteria, a non toccare numerosi centri divenuti nei secoli successivi importanti borghi nati anche nel fondo valle (non toccato dal tracciato originario della Valeriana).
Molti erano i centri abitati che erano sorti e avevano prosperato, eclissando altri paesi che avevano poi perso d'importanza ma che erano ancora toccati dalla viabilità più importante e dal transito civile e commerciale più sostenuto.
In molti casi la scorrevolezza della strada, in parte lastricata di ciottoli e lastre di pietra o semplicemente in terra battuta, era ancora intervallata da scalini e da ponticelli che si rivelavano inagibili a carichi di una certa rilevanza, strettoie che divenivano veri e propri imbuti tra le abitazioni sorte a ridosso dell'antico tracciato e molti tratti che subivano il disagio di piccole o consistenti frane, smottamenti, cedimenti del piano stradale o allagamenti.
Vi furono molti lavori di notevole importanza: nel 1870 venne gettato un ponte sul fiume Oglio nei pressi di Esine e, l'anno dopo, ne venne costruito un altro a Cividate.
Nel 1880 venne completata, assecondando le pressanti richieste dei militari, con progettazione e metodi di realizzazione moderni (per quei tempi), la strada che da Ponte di Legno saliva al Tonale e finalmente, negli anni successivi, venne profondamente modificato gran parte del tracciato della Valeriana togliendo numerose curve, allargando strettoie e tornanti, rafforzando o gettando nuovi ponti sul fiume Oglio e sulle numerose vallette e torrenti, eliminando scalette e saliscendi che impedivano il transito di mezzi con assali di una certa dimensione e che erano ormai i mezzi di trasporto più diffusi sia per le merci che per i passeggeri.
Lo sviluppo di una moderna viabilità portò di conseguenza anche un incremento dei commerci e dei traffici e in breve la stremata industria siderurgica camuna, che non era più riuscita a riaversi completamente dalla recessione subita dall'infausta epoca Napoleonica, ebbe un nuovo, anche se limitato, impulso. Purtroppo l'industria del ferro e della sua lavorazione, anche a livello Europeo stava attraversando un grave periodo di crisi, nonostante da alcuni anni fossero stati messi in funzione, al posto degli antichi e poco redditizi forni quadrati usati fino ad allora, quelli a forma tonda che prevedevano l'introduzione di aria calda forzata nelle camere di combustione e fusione con enorme risparmio di tempo e di combustibili.
Una precisa indicazione delle difficoltà nella produzione siderurgica in Valle Camonica nel 1873 viene sottolineata dal fatto che furono lavorati e prodotti soltanto 34.300 quintali di ghisa, contro i 40.000 che erano stati immessi sul mercato nel 1860.
La minor produzione e la maggior tecnologia portarono ad una drastica riduzione delle fucine che da 120 si ridussero, in pochi anni, a solo 72, in maggioranza di piccole dimensioni e di bassa capacità produttiva. Molti operai furono perciò licenziati e l'indotto che ruotava attorno alla lavorazione del metallo, settore molto importante ed essenziale, ebbe una riduzione enorme con danni gravissimi per l'economia locale.
Alla crisi della siderurgia fece subito seguito il crollo della produzione di carbone che era prodotto ancora direttamente in valle e che occupava migliaia di persone. Il basso ricavo della vendita fuori della valle di questo prodotto, che era stato tradizionalmente uno dei principali nell'economia valligiana fin dal tempo dei romani, non era conveniente e altri operai e artigiani, molte volte altamente specializzati, nella lunga, faticosa e meticolosa preparazione del carbone da legna, persero ogni possibilità di lavoro.
In una società come quella camuna, della fine del 1800, erano comunque l'agricoltura e l'allevamento di bestiame sia minuto che di taglia grossa, i principali punti di riferimento e sostentamento di una valle (e di una
nazione) ancorata alla terra, ai pascoli, ai campi e ai boschi e al loro sfruttamento.
La Valle Camonica, in quegli anni, divenne famosa anche a livello nazionale per la produzione, raccolta e conservazione delle castagne che assunsero ben presto un rilevante e importante aspetto economico tanto che alcune tra le principali famiglie della valle intrapresero una coltivazione selezionata e programmata. Tra queste ricordiamo specialmente le consistenti produzioni
ricavate dalle proprietà Panzerini di Cedegolo e Cimbergo e dall'esteso bosco di castani razionalmente piantato sulla fascia montana localizzabile tra gli abitati di Darfo, Gianico, Artogne, Piancamuno e Pisogne dai Rizzi di Pisogne, dai Vielmi e Fiorini di Gianico, dallo Zattini e dai Donzelli di Darfo.
In netto aumento anche la produzione di seta naturale: fu infatti da quegli anni e fino al secondo dopoguerra che in ogni paese della valle, in quasi tutte le famiglie, di qualsiasi ceto e posizione sociale, furono avviate delle vaste coltivazioni di gelsi che erano essenziali nell'allevamento dei bachi da seta che incrementavano in modo consistente i magri bilanci.
In molti casi il guadagno dovuto ai bozzoli di seta grezzi era divenuto il principale introito economico per molte famiglie, che avevano come sola altra entrata i raccolti agricoli di piccoli appezzamenti di terreno, sempre più frazionati o dell'allevamento e sfruttamento del bestiame.
In quegli anni, i bozzoli raggiunsero una produzione annua di tutto rispetto e si assestarono in circa 120.000 chilogrammi.
La totalità della produzione veniva poi portata e lavorata in grandi filande a vapore che erano state impiantate a Breno e a Pisogne. Queste, a loro volta, davano lavoro ad alcune centinaia di Camuni, specialmente donne, che venivano così, per la prima volta nella storia della valle, a diretto contatto con un mondo esterno alla propria famiglia e alla propria ristretta cerchia del parentado, della contrada, del quartiere o di paese. A Pisogne, che in breve tempo era divenuto uno dei centri più importanti della provincia di Brescia per la lavorazione della seta, nel 1868, le filande erano 10 con complessive 163 bacinelle. In queste grandi vasche, ricolme di acqua bollente, venivano immersi i bozzoli per prepararli alla filatura.
I proprietari della filanda "Corna" nel 1872 introdussero una rivoluzionaria caldaia a vapore che aumentò enormemente la capacità produttiva del loro stabilimento e rendeva molto più concorrenziale il costo globale della
lavorazione: in poco tempo questa filanda assorbì tutte le altre.

1901: Pisogne: le "galète" ceste di bozzoli
di bachi da seta pronti per essere lavorati con acqua bollente
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In alcuni centri montani come Borno, Edolo e Malonno l'allevamento del bestiame grosso raggiunse un buon livello sia numerico che di selezione e in quegli anni alcuni capaci e attivi allevatori tentarono, con buon successo, il miglioramento della razza dei bovini nostrani. Dalla vicina Svizzera vennero importati numerosi e selezionati tori da riproduzione che in alcuni casi vennero comprati in società tra più allevatori e posti alla monta in vari paesi della Valle. Un censimento, effettuato nei primi anni del Regno, stimava in circa 16.000 le vacche, 25.600 le pecore e 11.000 le capre presenti ufficialmente nei vari allevamenti e nelle stalle dei Camuni.
La produzione casearia nei ben 1.378 (cifra enorme ma che rispecchia una realtà estremamente frammentata e minuscola) caseifici censiti, piccoli o grandi, della Valle era salita a mezzo milione di Kg per il formaggio (sia duro che molle) e la quantità di burro raggiunse i 200.000 Kg.
Verso la fine del secolo per numerose valli alpine si aprì un nuovo importante settore produttivo che modificherà profondamente anche l'antichissima e originaria conformazione geografica e geologica: l'imbrigliamento di numerosi corsi d'acqua montani con dighe e sbarramenti e la formazione di grandi e piccoli laghi artificiali, da cui far partire condotte forzate per raggiungere centraline per la produzione di energia elettrica.
A partire dal 1888 vi fu un enorme sviluppo di produzione di energia idroelettrica usufruendo delle grandi risorse idriche naturali che la Valle Camonica aveva a disposizione.
La prima (piccola ma moderna) centrale idro-elettrica, fu costruita e inaugurata a Breno, seguirono poi, ad un ritmo frenetico la costruzione di altre centraline a Darfo, Berzo, Edolo, Vezza, Ponte di Legno, Niardo, Sellero
ecc. Alla fine del IX secolo e nei primi anni del 900 ogni industria camuna, anche quelle di medie o piccole dimensioni, voleva ottenere l'autosufficienza energetica e ogni attività tendeva a rendersi completamente indipendente e a produrre in proprio l'energia elettrica necessaria per muovere i macchinari. Questo diede nuovo impulso al settore industriale camuno che ebbe notevoli
vantaggi economici dall'uso di energia prodotta a basso costo e reperibile facilmente in valle. Anche molti enti, società, associazioni e privati, vista la notevole libertà di operare nel settore, poterono avvantaggiarsi dall'alta produzione di elettricità e dei costi relativamente bassi e in breve anche nei paesi più isolati fu posta in atto una buona (per quei tempi) illuminazione pubblica e molte abitazioni e uffici privati si dotarono di questo importante servizio.
Ormai la produzione industriale, specialmente nella bassa e media Valle Camonica, aveva raggiunto un ottimo livello, sia quantitativo che qualitativo ma questa accresciuta industrializzazione era in parte “frenata” dagli enormi problemi nei trasporti dei “manufatti”, penalizzati da una viabilità ancora deficitaria e nei "servizi" in genere, come gli spostamenti della semplice manodopera o dei tecnici specializzati.
Erano quelli gli anni in cui, non solo a livello locale, venne resa operativa, con un grande e a volte non coordinato sviluppo, la rete nazionale delle ferrovie.
Molte erano le iniziative, anche di carattere privato che prendevano forma e consistenza un poco ovunque e qualcuno, anche in Valle Camonica e a Brescia, cominciò a parlare con insistenza della necessità di studiare e realizzare una “ferrovia camuna” che fosse da collegamento tra la valle e la rete nazionale che già giungeva nel capoluogo.
Giuseppe Tovini, sindaco di Cividate e figura di spicco tra i notabili cattolici camuno-bresciani di fine secolo, aiutato e coadiuvato da Cristoforo Zattini di Darfo, Michele Rizzi di Pisogne e Amadio Rigali di Breno a da altri “notabili” costituì, nel 1872, il "Comitato per la Ferrovia di Valle Camonica".
Questo gruppo di politici, imprenditori e banchieri, tutti vicini al mondo cattolico e alla curia bresciana, si riunì con il fermo proposito di assumersi il difficile compito di coordinare gli studi, le proposte, le indagini e rendere operative le varie fasi di progettazione e eventualmente di realizzazione della strada ferrata Iseo-Breno.
Cinque anni dopo, nel 1877, il Tovini, prendendo la parola in Consiglio Provinciale, lanciò ufficialmente la proposta di una ferrovia che collegasse Brescia con Iseo, salisse la costa bresciana del lago Sebino e giungesse fino a Breno. L'iniziativa suscitò, come ovvio, un vespaio di critiche e di preoccupazioni (specie di carattere politico-economico) che ebbero vasta
risonanza, oltre che in consiglio provinciale, anche sulla stampa locale e regionale.
I più fortemente contrari furono subito gli amministratori, i mercanti e gli imprenditori commerciali di Rovato che temevano per il futuro del loro fiorente e importante mercato che, da secoli, era lo sbocco naturale dei prodotti industriali e artigianali della Valle Camonica verso la pianura e le zone cittadine (Brescia, Bergamo, Cremona, Milano ecc).
Non certo favorevoli, e lo dimostrarono con forti pressioni politiche, neppure i ricchi e potenti proprietari delle grandi zattere e dei battelli di navigazione sul lago d'Iseo che paventavano il crollo dei loro lucrosi traffici sia merci che passeggeri. Contraria anche l'amministrazione provinciale di Bergamo che non voleva assolutamente perdere il florido e secolare commercio con la terra camuna che passava per il porto di Lovere e per il paese di Rogno e infine anche l'amministrazione provinciale di Brescia esitava e poneva ostacoli, alla
realizzazione della ferrovia camuna, di fronte alla ingente somma che doveva essere stanziata per la realizzazione di questa opera che avrebbe portato dei vantaggi solo ad una zona ritenuta, da sempre a Brescia, molto lontana e periferica dell'intera provincia e senza prospettive immediate di sviluppo che avrebbero potuto ammortizzare, in tempi ritenuti ragionevoli, i costi degli investimenti.
La prima presentazione e il relativo progetto vennero praticamente bloccati e bocciati sul nascere e la voluminosa pratica con la stesura tecnica e gli studi di fattibilità vennero, momentaneamente, accantonati.
Passarono altri 7 anni, in cui fu portato avanti un lavoro di convinzione “politica” e di razionalizzazione del progetto iniziale e nel 1884, Giuseppe Tovini e i suoi amici, testardamente, ripartirono all'attacco e riproposero l'idea, costituendo la "Società Anonima Ferroviaria di Valle Camonica".
Forse i tempi erano più maturi e la impellente necessità, ormai accettata da molti politici e amministratori, di rendere la Valle Camonica meno isolata e più facilmente raggiungibile, fecero si che la pratica venisse di nuovo studiata dall'ufficio tecnico provinciale, passata agli organi competenti e presa in considerazione negli ambienti politici locali, regionali e nazionali.
La maggiore opposizione si ebbe ancora dall'amministrazione provinciale di Bergamo che reagì subito chiedendo, per il suo assenso, che la ferrovia camuna, qualora si fosse realizzata, venisse dirottata, prima di entrare in Valle Camonica, a binario unico e non “scavalcabile” verso Lovere e nei pressi del porto sebino venisse creato un grande scalo merci e passeggeri.

1901: Il tracciato uffciale della strada ferrata Brescia-Iseo-Breno-Edolo
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La controproposta bergamasca arrestò nuovamente il corso burocratico e politico della pratica, come volevano specialmente i Loveresi e come era ovvio dalla logica e dal mercato per la dispendiosa e inutile deviazione, finchè, nel 1896, quando già ormai da un anno funzionava il tronco ferrato da Brescia a Iseo, si riprese il progetto e, corredato della relativa e aggiornata documentazione, lo si trasmise, con tutte le pratiche necessarie, ai due ministeri competenti (Trasporti e Guerra) a Roma.
Anche allora la burocrazia ministeriale romana era di livello bassissimo e ci vollero ben quattro anni (ormai si era nel 1900) perché ritornasse una risposta alla progettazione e realizzazione della tratta Iseo-Breno-Edolo: il progetto non veniva approvato perché la ferrovia camuna Iseo-Edolo era stata progettata ed era prevista a scartamento ridotto e quindi non era utilizzabile agli scopi e agli effetti militari che il ministero dei trasporti, su suggerimento di quello della difesa, riteneva invece essenziali per una zona di confine !
Ripreso, rivisto e rifatto nuovamente il progetto, passarono ancora altri tre anni di pratiche, ritardi, modifiche, approfondimenti poi, finalmente, ottenuti tutti i necessari permessi, finanziamenti e concessioni, nel 1903, venne dato l'appalto a una ditta tedesca che aveva fatto la migliore offerta e presentava ampie garanzie per la realizzazione della tanto sospirata opera nei tempi prestabiliti: la Koppel di Berlino.
Come spesso capita anche ai nostri giorni, le numerose variazioni d'opera proposte, anche sostanziali, al progetto iniziale, furono però subito motivo di varie e aspre contestazioni da parte della ditta tedesca che, non rientrando queste modifiche, secondo i suoi calcoli, rientranti nel preventivo iniziale voleva o rompere il contratto o eliminare completamente alcune clausole dello stesso.
Dopo molte discussioni e ricorsi ad arbitrati il contratto venne recesso e la ditta Koppel venne licenziata e tutto sembrò nuovamente arenarsi.
Dopo aver consultato altre imprese, l'appalto dei lavori venne affidato alla Società Nazionale Ferrovie e Tranvie (SNFT) che, al momento della stipula del nuovo contratto, si assunse anche precisi impegni per il rispetto di alcune clausole temporali che fissavano l'inizio dei lavori entro il 1904 e imponevano il termine e il collaudo del tronco Iseo-Pisogne entro il 1906.
La tratta successiva, quella tra Pisogne e Breno, che comportava minori difficoltà esecutive per l'orografia del terreno, doveva essere posta in esercizio e consegnata entro l'anno successivo: il 1907.
L'ultimo tratto di strada ferrata, quello tra Breno e Edolo, doveva essere reso operativo e collaudato entro il 1908.
Rispettati i termini e i capitolati d'appalto la SNFT avrebbe avuto in concessione e in esercizio l'intera tratta da Brescia a Edolo per settant'anni. Giuseppe Tovini, che era morto il 16 gennaio 1897, non vide mai realizzato il suo impegnativo sogno ma la linea ferrata da Brescia, che risaliva il Sebino e collegava la Valle Camonica con la città divenne una realtà ed è stata, per anni, un importante via di trasporto merci e passeggeri.
Grandi nubi di temporali bellici però si stagliavano all’orizzonte di una Europa che stava vivendo degli anni “spensierati” almeno in quella classe medio- alta che aveva assunto un ruolo importante nella società di allora e purtroppo quel periodo di pace in Europa, che si era protratto, pur tra tensioni politiche tra i vari stati, fino al primo decennio del ventesimo secolo era destinato a finire.
Il 28 giugno 1914 a Sarajevo alcuni terroristi serbi organizzarono l’assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo, erede al trono dell’Impero Austro-Ungarico.
Il Governo austriaco inviò, dopo febbrili trattative, il 23 luglio, un durissimo ultimatum alla Serbia e non avendo avuto risposte soddisfacenti, per l’anziano l’Imperatore “Cecco Beppe” e per il “partito” della guerra che lo circondava, ormai non restava nulla da fare se non procedere, il 28 dello stesso mese, all'invasione dello stato balcanico.
Le diplomazie europee si erano già messe in moto e le numerose e complesse clausole delle varie alleanze che legavano tra loro i principali stati europei (Triplice Alleanza: Austria, Germania, Italia e Triplice Intesa: Inghilterra, Francia e Russia) vennero, a catena, applicate e furono poste in atto tutte le misure previste tra le quali (sempre per “salvare la faccia”) anche le misure più estreme di minaccia come le mobilitazioni generali e o stato di preallarme bellico generale. Furono subito convocate le leve militari di nuovi contingenti di “coscritti” e negli stati maggiori degli eserciti e sui giornali di tutta Europa, si cominciò apertamente a parlare di guerra.
La situazione precipitò in breve tempo e a nulla valsero alcuni incontri diplomatici: nel breve spazio di cinque giorni vennero ufficialmente dichiarati gli stati di belligeranza tra le varie singole nazioni e vi furono le dichiarazioni di guerra consegnate agli ambasciatori dei vari stati: il 1° agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia (che era stata la prima a ordinare la mobilitazione generale in risposta all’invasione della Serbia da parte dell’Austria), il 2 agosto vi fu la dichiarazione di guerra tra Germania e Francia, l'Inghilterra intervenne ufficialmente in guerra contro la Germania il 4 agosto. L'Austria, rispettando le clausole compromissorie dell'alleanza con la Germania, dichiarò guerra alla Russia il 5 agosto e la Serbia (quella parte rilevante non ancora invasa dalle truppe austriache) lo stesso giorno, dichiarò guerra alla Germania.
I “venti di guerra” però stavano spirando a livello mondiale e la guerra “europea” divenne "mondiale" nel momento in cui il Giappone si pose in stato di guerra con la Germania il 23 agosto e l'impero Ottomano, legato da alleanza con l'Austria, entrò ufficialmente in guerra a fianco degli imperi centrali il 1° settembre.
In un solo mese tutte le più grandi e moderne nazioni del mondo (esclusi gli Stati Uniti) erano in guerra tra loro.
In Italia, sia dal governo che dalla casa regnante, erano state attivate numerose, seriose e frenetiche azioni diplomatiche, dato che i trattati sottoscritti, ponevano la nostra nazione a fianco della Triplice Alleanza (con Austria e Germania).
Il governo riuscì a tergiversare a lungo senza scendere in campo anche se la pressione degli “interventisti” si faceva ogni giorno più strada tra gli intellettuali e la gente comune.
Dopo quasi un anno dallo scoppio delle ostilità, il nostro paese entrò in guerra il 24 maggio del 1915: non si schierò però a fianco ma contro l'Austria. In cambio del "non intervento" Italiano l'Austria sembrava (sono voci comunque non confermate ufficialmente) fosse disposta a cedere, senza ulteriori condizioni, sia il Trentino che Trieste, mete a cui agognavano gli irredentisti italiani e su cui si basava la propaganda di chi voleva la guerra per liberare le terre che non era stato possibile ottenere nella Terza guerra d’Indipendenza, ma il governo di Roma e il Re Vittorio Emanuele III (*)
(*) VITTORIO EMANUELE III: (Napoli 1869 - Alessandria d'Egitto 1947) Re d'Italia (1900-1946), Imperatore d'Etiopia (1936-1943) e re d'Albania (19391943). Unico figlio di Umberto I e di Margherita di Savoia, ebbe un'educazione severa e approfondita. Nel 1896 sposò Elena di Montenegro. Salito al trono in seguito all'assassinio del padre, favorì una svolta liberale nella politica italiana chiamando a presiedere il governo G.Zanardelli e poi G.Giolitti. Riservatasi, secondo consuetudine, la supervisione della politica militare e della politica estera, favorì l'avvicinamento alla Triplice Intesa e dopo lo scoppio della I guerra mondiale nel maggio 1915 appoggiò il presidente del consiglio Salandra nel forzare la maggioranza neutralista della camera a dichiarare guerra all'Austria Ungheria. Vittorio Emanuele passò tutto il periodo della guerra in zona d'operazioni, e le sue continue visite al fronte crearono il mito del "re soldato". Nella crisi del dopoguerra pensò di poter proseguire nella sua politica di appoggio a Giolitti, ma condivise l'idea diffusa nella classe dirigente liberale di potere assorbire il fascismo. Di fronte alla "marcia su Roma" dei fascisti (X.1922), Vittorio Emanuele rifiutò di firmare il decreto di stato d'assedio sottopostogli dal presidente del consiglio Facta e accettò di chiamare al governo Mussolini. Non si dissociò dal governo nemmeno in seguito all'appello delle opposizioni parlamentari in occasione del delitto Matteotti (1924). Successivamente assecondò di fatto l'instaurarsi del regime fascista con la soppressione di ogni libertà politica e d'opinione, limitandosi a registrare il formale rispetto delle procedure legali nelle decisioni adottate. Insignito della corona imperiale d'Etiopia (1936) e del regno d'Albania (1939), nonostante la sua personale contrarietà non si pronunciò contro le leggi razziali e l'alleanza con la Germania di Hitler. Non si oppose nemmeno all'ingresso dell'Italia nella II guerra mondiale (che pure disapprovava) e cedette a Mussolini il ruolo di comandante supremo, tradizionalmente tenuto dai sovrani. Dall'inizio del 1943, tuttavia, con il suo entourage studiò il modo di destituire il duce e uscire dalla guerra, cogliendo l'occasione del voto del Gran Consiglio del Fascismo del 2425.VII.1943, che chiedeva al re di assumere nuovamente i supremi poteri militari e politici, per fare arrestare Mussolini e avviare segrete trattative di pace con gli Alleati. Dopo l'Armistizio dell'8.IX.1943 abbandonò Roma e si rifugiò con il governo Badoglio a Brindisi. Ritiratosi a vita privata nel giugno del 1944 delegando i suoi poteri al figlio Umberto come luogotenente generale del regno, si rifiutò di abdicare, nonostante la richiesta di tutte le forze politiche, se non nel maggio 1946, alla vigilia del referendum istituzionale.
| , spinti anche da una opinione pubblica esaltata fino al fanatismo,
e ben orchestrata dagli interventisti, avanzarono altre enormi pretese territoriali che certo non potevano essere completamente accettate dall'Austria. La Bulgaria, nemica storica della Russia, scese in campo e si alleò con gli Imperi Centrali e il 14 novembre 1915 entrò in guerra provocando l'immediato crollo della Serbia e la cessazione delle ostilità su quel fronte.
I Camuni, come quasi tutti gli altri italiani, informati e spinti verso la guerra da una forte e, mai come allora diffusa tra il ceto medio, propaganda interventista e irredentista, accettarono questo conflitto come “imposto” dalla "volontà del popolo e del Re". In molti credettero (i più informati: poiché in molti non avevano una educazione scolastica che permetteva loro di tenersi regolarmente al corrente della cronaca), in buona fede, di combattere, nella Prima Guerra Mondiale, per una guerra di liberazione e anche di svincolo da soprusi secolari: si trattava, infatti, secondo la propaganda di guerra, di scacciare gli Austriaci dal Tonale e dal Trentino e di allontanare una volta per sempre la minaccia, sempre incombente e vicina, di un nemico potentemente armato e sempre intenzionato (malgrado le alleanze politiche) a riprendersi quelle terre che aveva dovuto lasciare in mano italica, pochi anni prima, nelle guerre precedenti e che riteneva fossero parte integrante del suo Impero.
Il fronte tra Italia e Austria correva ininterrotto per tutta l'alta Valle Camonica, dall’Adamello al Maniva, e tutta la Valle, fino al lago d'Iseo, venne subito dichiarata zona militarizzata e posta sotto la diretta amministrazione del comando militare dipartimentale, con sede a Brescia, ma con numerosi comandi minori posti anche a Breno ed Edolo.
Inizialmente le tante postazioni difensive degli austriaci, che organicamente le avevano sempre tenute molto efficienti, erano meglio organizzate e meglio armate di quelle italiane. Gli stati maggiori austriaci, malgrado gli accordi diplomatici tra le due nazioni, avevano sempre più fortificato i numerosi capisaldi posti su tutto il fronte, partendo dalle pendici e da alcune cime dell'Adamello e diramandosi in tutte le valli laterali, avevano avuto tutto il tempo necessario per predisporre una solida linea di difesa, scavando nella roccia labirinti di gallerie, di ridotte, di caverne e costruendo fortini e trincee specie in punti strategici e a ridosso dei varchi.
Al contrario di quando era la realtà sul fronte italiano che aveva ammodernato solo poche casematte e fortilizi, gli austro ungarici avevano anche tracciato e aperto numerosi e sentieri, molte mulattiere e alcune strade “carrozzabili” che permettevano organici ed efficienti collegamenti con le retrovie trentine della Val di Sole.
Come già altre volte l'esercito italiano era invece entrato in guerra, malgrado l'anno di tentennamenti e di ritardo, con la possibilità dunque di non essere preso alla sprovvista e di equipaggiarsi meglio, con la solita profonda confusione e impreparazione per una guerra che, lo sapevano tutti, nella nostra zona e su altri fronti alpini, doveva svolgersi prevalentemente in alta montagna e in condizioni ambientali e meteorologiche spesso difficili e anche al limite della sopravvivenza.
La disorganizzazione era talmente diffusa che, dopo i primi mesi estivi di assestamento generale sul fronte adamellino, senza particolari scontri o offensive, all'approssimarsi dell'inverno, per poter dare alle truppe alpine una seconda coperta, che sarebbe stata a malapena sufficiente per ripararsi dal freddo

1915: Manifesto di propaganda per l'intervento in guerra
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pungente restando all’interno ei baraccamenti o delle postazioni fortificate (non certo all’aperto), si dovettero requisire enormi quantità di tagli di stoffa di infinite gamme di colori, presso i lanifici ed i negozi di stoffe dell'intera Lombardia. Ne risultò una specie di arlecchinata su grande scala ma, purtroppo questo dimostrava solo l'impreparazione generale e le difficoltà a cui gli uomini, buttati su quel fronte, andavano incontro e che dovevano superare.
Questo era solo il lato più "coreografico" e "tragicomico" di quelle patetiche e insufficienti forniture militari che badavano più a fornire le famose pezze da
piedi, mantelline e bandane ai soldati e lustrini agli ufficiali di stato maggiore che a dare risposte valide alle grandi necessità delle truppe.
Questo stato di cose evidenziava ancora di più la mancanza di tutto quanto realmente occorreva per muoversi, combattere, vivere ed agire in alta montagna: di questo essenziale materiale (vestiario, munizionamento, attrezzistica ecc) esisteva poco o nulla e lo stato maggiore sembrava non dare soverchia importanza alla “salute e benessere generale” degli uomini in armi che erano stati buttati su un fronte che si dipanava quasi tutto ben al di sopra dei 2.500 metri di quota.
Da una relazione fatta da alcuni ispettori che avevano visitato le truppe attestate il alta valle Camonica e indirizzata al comando generale del fronte alpino risultava che sul fronte dell'Adamello vi erano: una sola piccozza per plotone ed una sola corda di canapa per compagnia...
Anche se nella relazione, che venne tenuta segregata per tutto l’inverno del 1915, non era certo specificato… che per il resto non restava altro che invocare il solito "stellone italico" che già doveva essere presente a quei tempi... bisognava arrangiarsi.
Un reparto del famoso battaglione Edolo, stanziato in alta Valle Camonica, necessitando di altre corde, oltre alle due che aveva avuto in dotazione, per compiere delle scalate e portare in quota degli approvvigionamenti, si "arrangiò alla meglio" e facendo di necessità virtù, dopo aver assistito alla messa, prelevò le corde delle campane dal campanile della parrocchiali di Ponte di Legno e Incudine.
Pur dovendo molte volte agire su ghiacciai o su dei lastroni di neve ghiacciata mancavano completamente i ramponi da ghiaccio e specialmente vi era una cronica carenza di indumenti pesanti di lana, ma l'inconveniente maggiore, di cui tutti si lamentavano, erano gli scarponi che non resistevano all'umidità e alle lunghe marce sulla neve e letteralmente si sfaldavano come se fossero di semplice cartone pressato.

1916: Compagnia di alpini adibiti al trasporto di generi di sussistenza
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Tutta la Valle Camonica venne, immediatamente dopo la dichiarazione ufficiale di guerra all'Austria, dichiarata zona militare. Vennero fatte affluire, usando la (vituperata fino solo a pochi anni prima) ferrovia, ma anche su camion e carri, forti contingenti di truppe e ogni paese dovette assumersi il gravoso onere di ospitare i comandi, le truppe stesse e le salmerie.
Il paese più vicino al fronte (e al confine) era Ponte di Legno e, fin dai primi tempi di guerra, venne battuto più volte dai colpi dell'artiglieria austriaca che era stata stanziata in postazioni in quota sul versante sud-ovest dell'Adamello. Già nel primo anno di guerra i combattimenti, anche a breve distanza, tra le truppe alpine italiane e austriache divennero violenti e furono spesso condizionati, su tutto il fronte, dalle terribili condizioni climatiche che erano determinanti alle quote in cui si svolgevano. In molti casi si combatteva furiosamente, con gravi perdite in vite umane, per conquistare o perdere poche decine di metri a quote sopra i 3000 metri, sulle cime più elevate dell'Adamello.
Questa guerra è passata alla iconografia storica col nome di "Guerra Bianca".
Le truppe, di entrambi gli schieramenti, ubbidendo a ordini molte volte insulsi oltre che inutili e spesso criminali nella loro cecità strategica (da tutte due le parti), venivano comandate all'attacco nel mezzo di violente tormente.
Le truppe alpine (sia italiane che austriache) dovevano procedere verso le difese nemiche, tra le gelide folate di neve e ghiaccio, camminando spesso gomito a gomito per non disperdersi nella fitta nebbia e cadere (come purtroppo spesso capitava) in crepacci, faglie o burroni. In molti casi gli attacchi venivano comandati durante le ore notturne e, alle condizioni infernali della natura, oltre alle temperature bassissime, per evitare di essere scoperti e falciati dalla mitraglia nemica, gli attaccanti dovevano strisciare fino a pochi metri dalle munite e ben armate trincee nemiche, malamente mimetizzati in tute color panna, su rocce e lastroni, nel massimo silenzio, con una visibilità ridottissima, per poi balzare in avanti e cercare (quasi sempre inutilmente) di buttarsi nelle trincee e appostamenti nemici.
Spesso la caduta di valanghe o slavine o di copiose precipitazioni nevose, che ricoprivano e seppellivano uniformemente tutto, erano ulteriori nemici da cui tutti dovevano cercare di sopravvivere giorno per giorno.
Il confine "virtuale" tra zona di guerra e retrovie fu fissato, dal comando generale dell'armata, a Cividate Camuno e il ponte sull'Oglio segnò il limite più a sud della zona militarizzata vera e propria. In pratica dunque quasi tutta la Valle Camonica fu dichiarata, con innumerevoli e comprensibili disagi per tutti i Camuni, zona di guerra e dovette sottostare alle dure leggi militari del tempo.
Don Carlo Comensoli, arciprete di Cividate, scrisse nel suo diario"giornaliero": "Il nostro ponte era confine tra la zona libera e zona di guerra. Chi stava in via Cavour era in Italia libera, e chi stava a Cividate era al fronte. Così per passare il ponte venendo a Cividate, bisognava avere un permesso speciale delle autorità militari... Quindi chi doveva andare allo stabilimento del Lanico o di Cogno, o nella Prada a fare il fieno, o alla stazione per un viaggio, aveva un bel fastidio, prima bisognava andare a farsi fare il permesso. Molte volte succedeva che la carta restava tra i mucchi di fieno giù alla Prada, e allora per passare il ponte ne succedevano di belle. Specialmente quando si veniva con un carro molto pieno, o con un gerlo pesante sulle spalle, ovvero si doveva correre a casa a far da mangiare, e la carta non si aveva più...".

1917: Ufficiali piloti e navigatori di base al campo di aviazione alla "Prada" a Cividate Camuno
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Tra Cividate e Cogno, nella vasta piana della "Prada" e a fianco della strada ferrata e dalla statale, fu realizzato un campo di aviazione da cui partivano quegli aerei che in alcuni minuti potevano raggiungere l’alta valle Camonica o la zona a cavallo del Maniva e dell’alto lago di Garda e sorvolare le linee nemiche. Molti di questi aerei avevano anche la funzione di difesa dalle incursioni aeree austriache che più volte raggiungevano anche la bassa Valle.
Oltre ai soldati impegnati direttamente in prima linea negli assalti disperati alle trincee nemiche vi erano anche molti militari della sussistenza e del “genio approvvigionamenti”, che erano quotidianamente occupati nel faticosissimo e pericoloso compito di trasportare cibo, vettovaglie, armi e munizioni. Questo logorante ma essenziale impegno, per un esercito “moderno” sottoponeva i militari (e anche tanti civili) ad un immenso lavoro di rifornimento e intere compagnie di soldati dovevano inerpicarsi con enormi difficoltà, spesso sotto il fuoco nemico, su impervie vie appena tracciate e snodarsi in lunghe lente e faticose colonne lungo i ripidi sentieri della montagna, portando sulle spalle zaini, giberne e sacchi enormi e pesanti.
Ad assistere queste truppe alpine (i famosi “conducenti muli” che passarono alla storia anche come reparto punitivo) in questo immenso lavoro vennero chiamati all'opera interi reparti di muli, di asini, cavalli e perfino di cani (addestrati al Regio Canile di Bologna che riuscivano a trainare slitte anche del peso di 150 Kg compiendo anche due viaggi giornalieri dai campi base alle trincee di prima linea).
Furono pure costruite numerose teleferiche a carrello volante e delle minitramvie o mini ferrovie con piccoli vagoni a trazione diretta con corde e catene o a trazione animale.
I singoli episodi di coraggio che videro come teatro il fronte dell'Adamello furono, come sugli altri fronti, innumerevoli e la gran parte non si sapranno mai e non saranno mai ricordati perché mai segnalati in nessun bollettino di guerra o in qualche articolo di giornale. Piccoli e grandi atti di eroismo ma più spesso di semplice sopravvivenza erano nella logica di una guerra che si logorava e logorava tutti i protagonisti (su tutti i fronti) giorno per giorno in profonde e terribili condizioni di vita e falciava intere generazioni di giovani italiani e austriaci che si massacravano senza ottenere rimarchevoli risultati sul piano della conquista territoriale.
All'inizio delle ostilità, dopo i primi giorni di assestamento, prevalsero quasi sempre le semplici imboscate o gli assalti localizzati in punti precisi, ristretti e improvvisi, volti più che altro a disturbare e far restare in continuo stato di tesa allerta il nemico. Molte erano anche le “sortite dalle trincee” di solito di notte e comandate per “fare prigionieri” per avere informazioni: queste azioni erano considerate delle vere e proprie condanne a morte.
In Adamello il primo importante scontro armato diretto tra i due schieramenti fu una imboscata che vide protagonista un reparto di Alpini italiani in Val di Fumo, sulle rive del Lago di Campo. Nella notte e fino alle prime luci dell'alba del 4 luglio 1915 un giovane tenente austriaco alla guida di un reparto di una sessantina di volontari austriaci e sud tirolesi, armati di due mitragliatrici, condotti attraverso stretti sentieri da una guida alpina pratica dei posti, attaccò all'improvviso una compagnia di alpini italiani e ne uccise alcuni e ne vennero feriti parecchi tanto che gli italiani furono costretti, dopo un breve e inutile tentativo di difesa, a ritirarsi dal Corno d'Aviolo. Al giovane ufficiale austriaco venne concessa una medaglia al merito e ottenne una licenza di otto giorni: gli uomini della sua furono inviato nelle retrovie, a Vermiglio, per quattro giorni di riposo !
La guerra, sempre più statica e ormai paralizzata in trincee e su linee difensive sempre meglio organizzate, si era trasformata (su tutti i fronti, anche quello vastissimo e imponente del centro nord Europa che correva lungo tutto il confine tra Germana e Francia) in un conflitto "moderno" e sempre più "specializzato". Sui vari fronti, come sempre in tempo di guerra, vennero studiate delle nuove strategie e furono sperimentate armi nuove e più efficaci (anche fantasiose e strane): mitragliatrici, obici, armature, i terribili e silenziosi gas asfissianti e urticanti, carri armati, aerei, dirigibili ecc, e in campo umano crebbe la necessità di specializzare gli uomini ad interventi particolari e mirati; vennero così creati dei reparti, di non grandi dimensioni ma ben addestrati per interventi specifici.
In base a queste nuove direttive, dal Comando di Armata Alpino, che sovraintendeva il fronte dell'Adamello, venne affidato al capitano Nino Calvi di Bergamo il compito di preparare una compagnia di sciatori ben addestrati che avrebbero avuto come scopo principale quello di effettuare delle sortite contro i reparti austriaci che operavano in quota e sui ghiacciai. Fu così dato il via ad una intensa attività di esercitazioni militari e sci-alpinistiche specifiche per preparare alcuni “montanari e figli delle nostre montagne” ai difficili compiti di esplorazione e combattimento in quota. Nino Calvi era molto conosciuto anche prima dello scoppio della guerra come un grande esperto e appassionato alpinista e faceva parte, con il fratello Attilio, del noto gruppo di arrampicatori su roccia denominato "Gruppo Lombardo Alpinisti senza Guide". Nei reparti alpini al fronte vennero individuati del “volontari” che furono accorpati in una reparto speciale, affidati al Calvi ed ad altri suoi esperti sciatori e rocciatori e molti alpini, specie giovani già temprati alla vita a quote elevate, furono equipaggiati (finalmente) con indumenti adatti e armamento specifico e dopo un periodo di addestramento furono stanziati nelle immediate retrovie del fronte sempre pronti per essere impegnati in azioni mirate alle quote sopra i 3.000 metri.
Molte furono le operazioni, anche rischiose e che comportavano spesso notevoli perdite in vite umane che gli sciatori del Calvi portarono a termine positivamente per il tricolore italiano. In breve tempo vennero conosciuti e anche "cavallerescamente temuti" dai nemici austriaci che a loro volta si erano dotati di reparti similari per colpire le linee italiane.
Lo Stato Maggiore italiano, finalmente edotto dalle molte esperienze negative, devastanti e traumatiche dell'anno precedente, già nel secondo anno di guerra si dotò di nuovi armamenti più consoni al tipo di conflitto combattuto e molti generi di sussistenza e armamenti, articoli militari di vestiario e protezione individuale, vennero generalmente, anche se lentamente, migliorati.
Negli alti comandi operativi e nello stato maggiore dell'esercito finalmente venne compreso che l'alpino, munito del solo "tascapane con razione viveri per due giorni, quattro pacchetti di cartucce, ed arrotolata intorno al corpo la (anacronistica) mantellina (di origine risorgimentale), le coperte ed il telo da tenda", non poteva più essere all'altezza della situazione e non era più in grado di sostenere, con risultati positivi, una guerra moderna in cui gas, mitragliatrici e grossi pezzi di artiglieria erano ormai essenziali e necessari per avere il sopravvento su un nemico altrettanto fortemente armato e deciso a difendere strenuamente le proprie posizioni.
Si fece strada, tra i "cervelloni" dello stato maggiore, una “nuova” tattica collegata ad una strategia generale che era applicata con criminale insistenza sul fronte Franco-Tedesco: le avanzate delle truppe in massa e su un largo fronte (che avevano dato alcune importanti vittorie nel medioevo e fino a Napoleone). Queste azioni dovevano essere sostenute da una adeguata preparazione di fuoco e sbarramento di artiglieria altrimenti, i comandi ammettevano che (bontà loro !) il rischio di insuccesso rimaneva altissimo e non si otteneva nessun vantaggio.

Marzo 1916: traino in quota del cannone da 149 battezzato "Ippopotamo" Passo del Venerecolo (m.3151) |
In base a questa nuova linea di condotta bellica fu deciso di trasportare sul Venerocolo a 3100 metri di quota un grosso cannone calibro 149, capace di battere e di colpire da lontano le postazioni nemiche. La iconografia di questa guerra raccontò ed esaltò con enfasi e impegnandosi a fondo con una forte propaganda, con immagini, disegni, titoli di giornali e fotografie, questa epica e quasi impossibile impresa che vide impegnati centinaia di alpini e artiglieri.
Dopo immense fatiche e enormi sforzi il grosso cannone, smontato nelle sue parti essenziali, giunse sulla vetta e, creata una postazione dominante il fronte nemico venne rimontato, installato e fece udire il suo rimbombo sulle grandi silenti distese ghiacciate dell'Adamello.
I risultati pratici e sotto l'aspetto puramente militare furono, per la verità, scarsi ma quelli psicologici e propagandistici furono molto rilevanti e fecero si che gli austriaci, pure loro arroccati sulle stesse teorie belliche, fossero obbligati a rafforzare ancora più alcune trincee esposte all'eventuale tiro del cannone e a modificare la dislocazione di alcune postazioni in alta quota, su fronte sud-ovest, impegnando grandi quantità di uomini e mezzi che avrebbero potuto essere comandati in altri settori o in attacchi o offensive.
Il comando reggimentale italiano, che aveva sede a Edolo, e gli stati maggiori del Regio Esercito, continuando a studiare nuovi piani di attacco, passarono anche alla pianificazione di alcune sortite verso le linee nemiche che
dovevano creare azioni di disturbo in attesa di più pesanti interventi e furono ordinati più volte dei brevi combattimenti e numerosi pattugliamenti, che comunque costarono molte vite da entrambe la parti e che non portarono a nessun vantaggio se non una più specifica conoscenza delle linee nemiche. Tutto questo continuo stillicidio di piccole azioni (con squadre che catturavano soldati nemici o raccoglievano disertori) erano il presupposto e in preparazione ad un assalto alle cime del massiccio adamellino, da cui, secondo i comandi superiori e le teorie belliche del tempo, si avrebbero avuti dei vantaggi logistici e tattici con la costruzione di postazioni fortemente armate e dominanti le trincee nemiche che potevano essere perciò colpite dall'alto e da posizioni più favorevoli.
Ricordata come una delle più significative azioni belliche del fronte sull'Adamello del 1916, nella notte del 10 aprile, quattro ore dopo il tramonto, alle ore 22.00, i reparti italiani lasciando il rifugio Garibaldi si misero in marcia silenziosamente per compiere quell'operazione che portò alla conquista del ghiacciaio del Mandrone. Era un'azione già studiata e preparata da tempo e fortemente voluta dai comandi di settore: subito gli scontri furono violentissimi e solo dopo aspri combattimenti, anche corpo a corpo, le truppe in grigio-verde, subendo gravi perdite, ebbero il sopravvento sulle pur valorose forze austriache che dovettero lasciate il campo e le loro trincee e postazioni. Stabilizzati nelle nuove linee gli alpini italiani non ebbero molto tempo per riposarsi poiché, pochi giorni dopo, per approfittare della situazione favorevole che si era creata con la conquista del ghiacciaio del Mandrone, fu ordinata un'altra avanzata che si trasformò in una faticosissima, dura e lenta marcia di avvicinamento al Crozzon di Lares: il 28 aprile gli alpini sciatori lasciarono il riparo delle loro postazioni e si lanciarono all'assalto della cima: il caposaldo, di relativa importanza strategica, venne conquistato dopo aver subito grandi e pesanti perdite.

1917: Manifesto di propaganda per la sottoscrizione del prestito di guerra presso il Credito Italiano |
Il mese successivo, gli Austriaci, dopo essersi riorganizzati e avendo ricevuto dei rinforzi, passarono al contrattacco e tentarono di conquistare il Castellaccio, che era ritenuto dagli stati maggiori dei due eserciti il pilastro destro della intera difesa italiana sul fronte dell'Adamello. Gravissime le perdite da entrambe le parti ma i risultati furono quasi nulli e il fronte, affondato nel fango primaverile delle trincee, si stabilizzò per qualche tempo. Il 28 agosto 1916 il governo Italiano, assecondando anche le richieste insistenti degli alleati Francesi e Inglesi, dichiarò guerra alla Germania.
Trascorsa la breve estate in alta montagna, le truppe, sia italiane che austriache, si prepararono a passare un altro duro inverno in Adamello rintanati nelle lunghe trincee, negli umidi e gelati cunicoli e nei radi baraccamenti che davano una scarsa e molte volte insufficiente protezione alla violenza delle intemperie e alla rigidità del clima.
L'inverno passò tra grandi difficoltà logistiche e di ambientamento per gli uomini e gli animali ma fu un inverno “relativamente calmo” negli scontri armati poiché furiose tempeste e copiose precipitazioni nevose a contorno di temperature ben al di sotto dello zero, anche a quote relativamente basse, impedirono qualsiasi azione militare su vasta scala: tiri a distanza tra le artiglierie, colpi isolati dei cecchini e scontri tra piccole pattuglie di esploratori furono comunque sempre segnalati nei diari dei comandanti di battaglione.
Nella primavera del 1917, continuando nella consueta e inutile tattica dello scontro diretto e frontale, vennero ordinati altri attacchi alle linee difensive nemiche e le truppe alpine italiane riuscirono, in molti casi, a penetrare più a fondo nello schieramento austriaco che comunque non cedette postazioni di rilievo, riconquistando quasi sempre in tempi brevi, le stesse postazioni che erano già costate morti e feriti.
Il fronte dell'Adamello era comunque considerato un fronte secondario dallo stato maggiore Italiano e non vi furono particolari interventi o ordini specifici per modificare uno stato di fatto che risultava stabilizzato e senza evoluzioni particolarmente significative nell'ambito dell'intero scacchiere della guerra e del suo fronte che aveva il suo centro focale invece sulle montagne Veneto
Trentine e sul fronte Friulano.
L'azione più significativa, sulle montagne camune, in quei mesi che aprivano la stagione calda del 1917, fu l'assalto al Corno di Cavento: la notte del 15 giugno gli alpini italiani diedero l'assalto alle trincee nemiche e dopo furiosi corpo a corpo, con perdite gravi da entrambe le parti, gli austriaci vennero scacciati e dovettero ritirarsi a quote più basse in trincee che erano state previdentemente predisposte su un altro fronte più ristretto e più facilmente difendibile.
Malgrado questi scontri, troppe volte inutili e senza alcun guadagno significativo di territorio, il grande lavoro di quell'estate fu quello di costruire nuovi e più protetti camminamenti, più profonde trincee e più ampie gallerie
e caverne per stivare armamenti, vettovaglie e provviste.
L'imperativo di quella estate (1917), su tutto il fronte adamellino, era quello di prepararsi al meglio per trascorrere il terzo inverno consecutivo in alta montagna con temperature rigidissime, ghiaccio e neve.
Come già ampiamente dimostrato negli inverni già malamente nei precedenti mesi di guerra era specialmente il clima, oltre che la orografia del terreno, che impediva qualsiasi movimento coordinato di truppe su un ampio schieramento.
Tenendo dunque nel debito conto le esperienze accumulate negli inverni precedenti il comando generale del fronte aveva predisposto, già l'anno prima, il progetto di una lunga galleria che doveva essere scavata sotto il ghiacciaio del Mandrone, ma le alterne vicende belliche e le condizioni meteo, sfavorevoli, dell'inverno precedente avevano ritardato la messa in opera di questi lavori.
Durante i mesi estivi e autunnali venne dunque scavato questo grande cunicolo che aveva l'ingresso a sud-est e risaliva perpendicolarmente verso il fronte italiano: partiva dal passo Garibaldi e giungeva fino al passo della Lobbia Alta aprendosi alle immediate vicinanze delle postazioni italiane più avanzate.
In questo modo si era creata, con tecniche di alta ingegneria, una via sicura e al coperto, lungo la quale, nei periodi di tormenta e di tempo avverso, ben riparati dalle terribili condizioni climatiche e dai pericoli di interventi bellici nemici (colpi di cannone, mortaio e tiri dei cecchini), si potevano comunque far affluire con regolarità i rifornimenti alle trincee, ai camminamenti e alla prima linea. La stesura del primo progetto di questa galleria era stata voluta dal comando reggimentale di Edolo, ben conscio della difficile situazione in cui agivano i reparti della sussistenza, ed aveva avuto, solo dopo un anno, l'approvazione del comando generale del corpo d'Armata.
I generali e gli strateghi dello stato maggiore, seduti dietro comode scrivanie e davanti a cartine geografiche, molte volte imprecise (all’inizio della guerra erano state usate spesso anche delle carte stradali del Touring Club Austriaco per conoscere le vie “minori” !), ben lontani dal fuoco nemico, si erano convinti della bontà del progetto e avevano dato il loro assenso alla sua
realizzazione però non in quanto via sicura per far giungere gli essenziali rifornimenti ai soldati al fronte ma come percorso per poter portare inosservate sulla prima linea le truppe alpine comandate agli attacchi o di rincalzo a queste, anche in pieno giorno, senza che gli osservatori nemici potessero rilevarle.
La galleria fu una grossa impresa anche e soprattutto tecnologicamente poiché, passando sotto e attraverso il ghiacciaio, aveva una lunghezza di ben 5.200 metri, era alta mediamente più di due metri e larga due e mezzo. L'aerazione, necessaria per un'opera di questa lunghezza, era stata resa possibile con il traforo di 80 camini che, ben mascherati e protetti in superficie, mantenevano il ricambio dell'aria ed una umidità stabile e costante. L'interno del ghiacciaio era caratterizzato da profondi crepacci e per oltrepassare questi ostacoli naturali furono costruiti 25 solidi ponti e
passerelle di legno.
Ci vollero sei mesi di lavoro ininterrotto, giorno e notte, per completare e rendere operativo l'intero tunnel che era illuminato, nei tratti principali, da più di 150 lampadine elettriche ad incandescenza a cui una squadra di appositi specialisti effettuava una manutenzione continua.
Attraverso questa galleria fu possibile far transitare grandi quantità di materiale bellico, avere un ricambio abbastanza regolare delle truppe sul fronte e installare collegamenti sicuri e stabili tra il fronte stesso e le prime retrovie.
L'inverno tra il 1917 e il 1918 (doveva essere l'ultimo inverno di questa lunga e terribile guerra, ma pochi se lo immaginavano) trascorse, come quello precedente, abbastanza tranquillo e senza scontri di particolare importanza strategica e rilevanza tattica.

1918: ultimo anno di guerra. Fu l'anno in cui vi furono tanti morti come nei tre anni precedenti |
Nella tarda primavera (1918) incominciarono a circolare, tra le truppe italiane, notizie di sfondamenti delle linee alleate e di richieste di pace, da parte della Russia, sul remoto fronte orientale.
Già da circa un anno la Russia, aveva, di fatto, diminuito le sue operazioni offensive e si limitava ad una difesa passiva del suo lunghissimo confine con la Germania. La Rivoluzione scoppiata l'8 marzo (1917), in soli sette giorni (fino al 14 marzo), aveva modificato radicalmente la mappa del potere politico e dopo una effimera offensiva ordinata dal governo provvisorio di Kerenkji, nella tarda estate, si concretizzò con l'uscita dalla guerra del colosso russo che ottenne una tregua separata.
Gli stati maggiori degli imperi centrali, favoriti dalla nuova situazione generale e senza la preoccupazione di doversi “coprire le spalle" ad est, trasferirono quasi tutti i corpi di armata di quel fronte sugli altri campi di battaglia e elaborarono un gigantesco piano offensivo coordinando uno sforzo militare enorme, sia sul fronte centro europeo che su quello sud e sugli altri fronti minori (Balcani e Slavi) ritenendolo decisivo per le sorti della guerra.
In tutti i governi, dopo il crollo delle armate russe si paventava dunque l'arrivo di forti contingenti di truppe tedesche, tolte da quei lontani campi di battaglia, in supporto anche a quelle austriache dislocate sul fronte italo-austriaco.
Una grande offensiva era dunque prevista e attesa dai comandi italiani (e alleati): questa si concretizzò con alcune azioni di disturbo ad ampio raggio, forse per saggiare la consistenza reale delle difese italiane e nel giugno (del 1918) gli Austriaci, per una intera settimana, dal 15 al 23, rafforzati (come previsto) da contingenti di truppe germaniche, sferrarono un terribile attacco, che fu soprannominato della "disperazione" e che spaziava su tutto il lungo fronte italiano. Le truppe austriache erano comandate dai generali Boroevic (sul Piave) e Konrad (sul Grappa e sul fronte alpino).
Vi fu un nuovo tracollo del fronte e l'alto comando Italiano che era passato, dopo lo sfondamento a Caporetto del 1° novembre dell'anno prima (1917) da Luigi Cadorna (*)
(*) CADORNA LUIGI: (Pallanza 1850 - Bordighera 1928). Figlio di Raffaele (il generale protagonista della breccia di Porta Pia) e senatore del regno dal 1912, il Cadorna, al momento dello scoppio della prima guerra mondiale, era da poco tempo capo di stato maggiore dell'esercito. Curò nel breve tempo disponibile la preparazione militare dell'intervento italiano e, dal maggio 1915 al novembre 1917, ebbe la diretta e suprema responsabilità della condotta delle operazioni. Il
disastro di Caporetto e la successiva ritirata fino alla linea del Piave costituirono l'episodio saliente, finale e più discusso, della sua carriera.
| , al generale Armando Diaz (*)
(*) DIAZ ARMANDO: (Napoli 1861 - Roma 1928). Dopo la sconfitta di Caporetto (1917) succedette al generale Cadorna nella carica di capo di stato maggiore dell'esercito: preparò così le battaglie difensive del Piave (giugno del 1918) e offensiva di Vittorio Veneto (ottobre 1918), che furono risolutive della guerra sul fronte italiano. Partecipò ai lavori della conferenza di Parigi e nel primo governo Mussolini fu ministro della guerra (1922-24). Fu insignito del titolo di Duca della Vittoria.
| cercò di arginate lo sbandamento delle truppe.
La linea difensiva italiana venne soprannominata (e passò alla storia) "del Piave" ma anche tutto il fronte nord-est dell'Adamello si pose in movimento: le truppe austro-ungariche e tedesche attaccarono contemporaneamente le linee italiane dalla cresta dei Monticelli fino alle pendici dell'Albiolo. Per ore e ore, i militari austro-tedeschi, dopo una prima fase di avvicinamento sotto le raffiche di mitraglia e i colpi di sbarramento dell'artiglieria italiana, pagata a carissimo prezzo di vite e di materiali, raggiunsero le trincee difese dagli alpini: vi fu un epico scontro a distanza ridotta.
Fu una grande carneficina su tutto il fronte.
Ogni posizione fu presa d'assalto, nelle piccole trincee, molte volte ricolme di fango, sangue e acqua i combattimenti si tramutarono in scontri personali corpo a corpo e ovunque la lotta divenne animalesca e votata solo alla distruzione diretta dell'avversario che si aveva di fronte e alla propria sopravvivenza.
La vasta piana che sfociava nella sella del passo del Tonale, le pendici del Monticello e del Cady si trasformarono, in quelle tragiche ore, in un enorme mattatoio e poi in uno sterminato cimitero: ovunque era visibile, tra il fumo delle bombe e la polvere sollevata dai colpi di mortaio, solo un tragico groviglio di morti uno sull'altro, cataste di corpi inanimati e straziati che segnavano i punti più contesi in cui lo scontro era stato più acceso e accanito.
Questa feroce e animalesca lotta continuò fino a quando l'oscurità, tarda a calare in quei giorni tra i più lunghi dell'anno, non scese a coprire in parte tanto scempio di giovani vite e a porre un relativo freno alla battaglia.
Solo le urla di richiamo tra sbandati e le grida di richiesta di aiuto dei feriti, che invocavano soccorso in diverse lingue, ma che si accomunavano in un immenso, sconfinato dolore e, salvo qualche rado colpo di cannone, erano queste grida che rompevano il profondo silenzio che era calato su quelle pendici, su quei verdi prati ora rossi di sangue.
Sul piano strategico e di modifica della linea del fronte anche questa poderosa offensiva delle truppe austriache e tedesche non portò mutamenti di rilievo nello scacchiere adamellino.
Quasi a leccarsi le grandi ferite dovute alla fallita offensiva austro-germanica sia da parte Italiana che Austriaca i brevi mesi estivi vennero impiegati a rafforzare le difese e a rimpiazzare (dove era possibile) i paurosi vuoti che si erano creati nelle truppe dislocate sul fronte.
Fu verso la fine di settembre, che, seguendo un ordine generale impartito dell'Alto Comando Italiano, in parte su suggerimento dei comandi alleati, gli alpini italiani vennero riuniti in nuovi reggimenti e riorganizzati su tutto il fronte in grandi unità (divisioni e brigate) per tentare, questa volta da parte italica, un'ultima e (nelle speranze del comando) forse definitiva offensiva.
Voci di pace (o tregua) imminente, fin dal fallimento della "offensiva della disperazione", circolavano ormai da qualche tempo e le truppe ammassate nelle trincee avevano, all'inizio dell'autunno, la concreta sensazione che ormai la guerra volgesse al termine con la vittoria delle armi alleate e con la resa dell'Austria, della Germania e dei loro alleati.
Anche gli alti comandi militari italiani (e alleati) avevano intuito che il nemico, se posto sotto forte pressione, stremato ma non certo domo, avrebbe potuto trovarsi in difficoltà, specie per i contrasti sulle strategie belliche che dividevano gli altissimi vertici militari da quelli politici e dai consiglieri dei due Imperatori (tutto il mondo è paese !).

4 novembre 1918: Bollettino ufficiale n°1268: la guerra era finita. |
Comunque il fronte era sempre attestato sulla linea stabilizzata due anni prima e le truppe austro-ungariche avevano ancora il morale piuttosto alto ed erano fortemente armate e ancora molto motivate.
Il 24 ottobre il Comando Supremo italiano ordinò un grande attacco frontale e con tutte le forze disponibili su tutto il fronte e dopo cinque giorni di dura battaglia a Vittorio Veneto, il 29 ottobre, le linee austriache vennero sfondate. Solo qualche giorno prima alcune squadre di alpini e arditi italiani erano arrivate fino alle trincee nemiche in Val di Genova e senza colpo ferire avevano fatto prigionieri interi reparti nemici con i loro comandanti e gli stati maggiori.
Davanti alle schiere italiane, sul fronte Trentino e della Venezia Giulia si erano aperte, quasi indifese, le grandi vie di comunicazione che portavano nel cuore dello stesso Trentino e dell'Alto Adige.
Il fronte nemico era stato aperto e il 2 novembre le truppe italiane entrarono trionfalmente in Trento e Trieste e il 3 venne raggiunto, dai più avanzati reparti alpini, il tanto agognato, desiderato e sognato confine "naturale" del Brennero e del Monte Nevoso.
Lo stesso giorno, vista la situazione generale e non riuscendo più a collegare e gestire organicamente una difesa, il comando supremo austriaco firmò la resa incondizionata e le ostilità cessarono ufficialmente il giorno dopo: era il 4 novembre 1918.

I nuovi confini dell'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. |
Sulle creste dell'Adamello e su tutte le nostre montagne, nei piccoli paesi, nelle più strette valli, appena si diffuse la notizia della fine della guerra vennero suonate a distesa le campane, vennero accesi in segno di gioia e di giubilo grandi falò e vennero fatte scoppiare delle fragorose girandole di pacifici fuochi artificiali sparate, non più (metaforicamente) contro il nemico ma in segno di festa e di pace.
Molti austriaci, all'oscuro di tutto e senza ordini precisi dai comandi superiori che si erano dileguati, appresero così, osservando le manifestazioni di gaudio nelle schiere e nelle popolazioni italiane, la fine delle ostilità e l'inizio della pace.
La guerra, la prima guerra veramente planetaria, era finalmente finita. Qualcuno, forse ebbro di gioia in quei giorni di grande euforia ma, sordo alle lezioni della storia, scrisse che “da allora che mai più vi sarebbero state guerre e stermini”. Grandi furono i discorsi di pace e fratellanza, grandi le speranze ma la realtà fu che lo spaventoso macello di milioni di giovani aveva distrutto intere generazioni di ragazzi chiamati alle armi.
Purtroppo tanti sacrifici, pur lasciando un segno profondo e memorabile, non servirono quasi a nulla allora e purtroppo non sono servite da monito e da perenne invito ad aborrire le guerre neppure nei tempi successivi.
I trattati di pace, che tanti guai e affanni politici procurarono in seguito (tanto da essere la scusa, appena venti anni dopo, dello scoppio della seconda guerra mondiale), vennero sottoscritti, da tutti gli alleati vincitori e dagli sconfitti solo mesi dopo: a Versailles con la Germania il 29 giugno 1919, a Saint Germain-en-Laye con l'Austria il 10 novembre 1919, a Neully con la Bulgaria il 27 novembre 1919. Solo l’anno dopo a Trianon vi fu la firma con l'Ungheria (che si staccava definitivamente dall'Austria): era il 4 giugno 1920 e poi a Sèvres con la Turchia il 10 agosto 1920.
La “Grande Guerra” si chiudeva sui campi di battaglia, dopo cinque anni, e si aprivano le lunghe estenuanti trattative sui tavoli delle cancellerie: molte nazioni ne uscirono ridimensionate, molte distrutte anche nel sistema nazionale (da Imperi: Russia, Germania, Austria, Turchia ecc a Repubbliche ecc) e altre (Italia) deluse profondamente nelle loro rivendicazioni territoriali.
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