Il 476 d.C. è una data particolarmente significativa nella storia del mondo occidentale: a questa è, infatti, fissato (logicamente a posteriori e in modo del tutto empirico) il crollo ufficiale e la disgregazione dell'organizzazione statale dell'Impero Romano d'Occidente. Fu un processo abbastanza veloce nelle sue fasi finali ma era già iniziato da almeno 150 anni con le varie, sanguinose e profonde crisi interne e con le varie lotte per il potere che devastarono e resero instabili i più alti vertici del più vasto e organizzato Impero che la storia avesse visto prosperare fino a quel momento. In quella data si pone anche, logicamente, la fine “ufficiosa” della dominazione e della presenza romana in Valle Camonica. In brevissimo tempo, nel volgere solo di un paio di decenni, tutta la complessa struttura verticistica e organizzativa dell'Impero, che era durata (anche se più volte modificata) per quasi 500 anni, i suoi scambi e i suoi anche profondi vincoli socio economici si dissolsero. La Valle Camonica però aveva già avuto una invasione barbarica: nel 451 Attila (*), Re degli Unni, secondo alcuni storici,
Nel nord Italia, sotto il re Odoacre (*), dalla irresistibile e possente invasione dei Goti, la concezione dello Stato (inteso come una struttura statale centralistica) venne disgregata e si dissolse completamente e ridivenne quella, antichissima (che forse era stata già alla base dell'ancestrale società del popolo dei Camuni e più in generale dei Reti nelle valli alpine), di un organismo familiare-tribale con forti legami di stirpe, di clan e di sangue, fondata sulle consuetudini imposte dalle tradizioni di quei popoli che giungevano dalle lontane terre del centro e del nord/est Europeo. Dai nuovi conquistatori venne imposto, con la forza, l'ideale nordico e barbarico della vita, quello considerato, da sempre, ordine fondamentale delle regole sociali nel mondo dei Germani che, spazzando via l'universo romano.
La tradizione locale (forse infondata), voleva che lo stesso Carlo fosse alla testa delle sue schiere anche nella conquista del castello di Breno, la rocca più possente eretta dai Longobardi in valle, e nell'assedio delle altre numerose rocche o insediamenti fortificati disseminati nei punti strategici e di transito forzato nella vallata dell'Oglio. NOTA: 16 LUGLIO 774: primo atto sovrano di Carlo Magno nel Bresciano: il re fa donazione della Valcamonica e del castello di Sirmione al monastero di Tours. Gli storici presumono che all’atto sia stato presente il vescovo della città Ansoaldo, di origine bresciana. Il presule, che resse la diocesi dal 767 al 782, assistette al declinare del potere longobardo e alla definitiva rovina del regno di Desiderio e di Adelchi ad opera dei Franchi. Si ignora la data esatta della morte di Ansaldo; venne sepolto davanti al vestibolo di San Pietro in Oliveto. Il Duca longobardo di Cividate, Fulcorino, abile stratega ed esperto uomo d’arme, resistette a lungo alle truppe di Carlo Magno, mettendo in opera diverse azioni di guerriglia, colpendo i Franchi, insediatesi nei principali castelli o paesi conquistati, e ritirandosi poi in luoghi montani protetti. Il Conte di Brescia, Raimone, nominato dallo stesso Carlo, per porre fine alle scorribande di Fulcorino, mandò allora in Valle Camonica un contingente di armati formato sia da Bresciani che da Franchi, al comando del proprio figlio Brectero, che però in una zona imprecisata della bassa valle subì una pesante sconfitta. Sul campo rimase ucciso lo stesso Brectero e Raimone, dopo avere pianto la morte dell’amato figlio, raccogliendo altre truppe decise di salire di persona in valle. Dapprima non incontrò alcuna resistenza, raggiungendo Cividate senza combattere, qui però trovò le porte della cittadina chiuse e tutti gli abitanti, donne e bambini compresi, sapendo che, in caso di sconfitta, erano destinati ad essere passati a fil di spada, opposero una strenua resistenza. Alla fine però Cividate venne conquistata dai Franchi, quasi tutti gli abitanti furono uccisi o resi schiavi e Fulcorino venne portato a Brescia in catene. La conquista della Valle Camonica si concluse però solo dopo la sanguinosa battaglia del Mortirolo (= luogo di morte) in cui i Franchi sgominarono le ultime resistenze longobarde e il 16 luglio 774, dopo le successive campagne in nord Italia, Carlo Magno donò tutta la Valle Camonica ai monaci del convento francese di Marmoutier nel Dipartimento di Tours: nella delibera reale che confermava questa donazione fu inclusa, però come zona non appartenente alla Valle Camonica ma geograficamente a lei collegata, la valle di Corteno. I privilegi di questo grande monastero durarono, anche se a fasi alterne, incontrastati per più di duecento anni, sull'intera Valle (e su altri vastissimi territori in tutto il nord Italia) e più volte vennero riaffermati dai successori di Carlo, dapprima fino all'anno 837 e poi fino al 998. A Brescia, come vicario imperiale, al posto del Duca Longobardo venne nominato un Conte Franco, che a sua volta, scelse dei “Valvassori” con l’incarico di amministrare, in suo nome, le varie terre a lui infeudate. In valle camonica i “Valvassori” vennero scelti quasi tutti tra le famiglie Martinengo, Brusato e Griffi. In quell'anno (837), appena poco più di vent’anni dalla morte di Carlo Magno, si erano già rapidamente indebolite le strutture centraliste del suo vasto ma composito Impero e i suoi successori diretti e i grandi feudatari avevano di fatto già dissolto il Sacro Romano Impero in tanti piccoli regni, ducati, contee e marchesati, quando, in seguito ad un contrasto politico-religioso territoriale tra Ludovico il Pio (protettore dell'abbazia di Tours) e Lotario, alcuni possedimenti camuni vennero rivendicati da quest'ultimo al Monastero di San Salvatore di Brescia. La diatriba continuò a lungo e solo cinquant'anni dopo, nell'887, Carlo il Grosso riconfermò a San Martino di Tours il possesso, i privilegi e l'infeudamento sulla Valle Camonica. Tale conferma fu poi rinnovata, il secolo dopo, alle soglie del temuto anno 1000, da Ottone III(*): era il 998.
Ormai però il dominio della potente e ricchissima abbazia francese sulla valle stava per terminare, sia per la lontananza geografica, sia perché gli inviati del monastero erano divenuti (risiedendo forzatamente in valle) essi stessi "Camuni" a tutti gli effetti, anche perché i rapporti tra i vari monasteri satelliti, sorti nelle terre date in feudo, e la casa madre si erano, poco per volta, resi aleatori e poi si erano completamente spezzati. Dunque il controllo diretto dalla lontana terra di Francia, era andato progressivamente diluendosi e poi estinguendosi e questo stato di fatto tornava logicamente a tutto vantaggio del Vescovo di Brescia, massima autorità politico-religiosa, che raccolse totalmente l'importante eredità dell'infeudamento carolingio, divenendo, con questo, l'arbitro delle accese contese e il dispensatore, fra le più ricche famiglie bresciane, delle investiture nei numerosi feudi camuni. In questa lotta prevalse, per un certo tempo, l'antica e potente famiglia bresciana dei Martinengo che ottenne, dallo stesso vescovo, vasti possedimenti in valle. Non essendoci comunque una forte struttura centrale a cui fare riferimento diretto, la situazione politica rimase piuttosto fluida e ingarbugliata per secoli, sempre aperta a nuovi contrasti, a faide, a rivendicazioni, a vendette, a soprusi e a sopraffazioni che, a volte, degeneravano in vera e propria guerra aperta. Innumerevoli furono gli episodi, che potrebbero essere raccontati e che numerosi autori di storia locale hanno riportato. Si trattava di continui scontri, anche sanguinosi, tra le più antiche e ricche famiglie camuno-sebine, che si appoggiavano di volta in volta, a seconda delle proprie necessità e interessi, a qualche potente (imperatore, papa, duca, vescovo o principe) facendolo intervenire anche direttamente. La lotta raggiunse il suo momento più drammatico all’epoca dei forti contrasti tra il Vescovo di Brescia Arimanno e il Console Ardiccio degli Aimoni, che aveva sposato la camuna Titabuona dei Brusati di Gorzone, che coinvolse diverse famiglie nobiliari, che si schierarono sugli opposti fronti che videro truppe armate scontrarsi in diverse occasioni con molti morti da entrambe le parti. E’ di questo periodo che nasce anche la leggendaria figura di Leutelmonte da Esine, coraggioso e spregiudicato, che, secondo alcune “bote”, riportate poi in due bei romanzi, si scontrò più volte con i sostenitori della causa vescovile come Adamo di Monticolo, Alboino di Lozio, Guglielmo a Edolo. Il santo eremita Costanzo da Niardo, personaggio molto ammirato e venerato in Valle fu avvicinato, nel suo eremo, dallo stesso Vescovo ma rifiutò di sostenerne il gioco politico di espansione temporale. Leutelmonte, nell’eremo di San Pierto aveva conosciuto “frate Lotario” che lo aveva addestrato all’uso delle armi e divenuto abilissimo cacciatore di orsi, un giorno, durante una caccia nei boschi, vide Emma, figlia del Valvassino di Plemo e se ne “innamorò perdutamente”. Tutto finì però malamente dato che Emma fu mandata sposa ad un certo Azzone Federici di Brescia: Leutelmonte, disperato fuggì in Germania. Anni dopo rientrerà nel bresciano e acquisterà al rocca di malerba, sul lago di Garda e con la sue bande di uomini armati, tra cui molti banditi da Brescia, parteciperà alle lotte civili della città schierandosi a favore del Vescovo Conte. Per una lettura più diretta e fare un poco di chiarezza e rendere edotti di quanto erano labili e instabili i rapporti tra comuni, signorie con interessi di parte che portavano a scontri anche furibondi e terribili, va ricordata la lunghissima e tribolata “storia” conflittuale tra Borno e la vicina Valle di Scalve per l’uso, il possesso e la proprietà di alcuni pascoli posti sul monte Negrino. Riporto quanto ha scritto Giacomo Goldaniga (nel suo bel “Matrimonio impedito” ed.: dic. 2009) proprio riguardo questa tribolata e secolare diatriba. “Pare che la contesa per il possesso esclusivo di questo alpeggio, ricco di pascoli, acque, boschi e selvaggina, sia iniziata nel periodo tardo longobardo. Dopo tre secoli di feroci ammazzamenti, latrocini ed usurpazioni d’ogni sorta e d’ambo le parti, nell’anno del Signore 1018, in cui fa fede dei tragici eventi scritto, 24 boni homines di Scalve (legali procuratori di quella comunità), si portarono sul sagrato della chiesa di S. Martino in Borno, e fecero vadia (promessa) ai vescovi di Brescia e di Bergamo, al conte inperiale Lanfranco, (che un tempo reggevano le sorti delle due province), ed ai rappresentanti della Vicinia bornese, che sotto pena di 2000 libbre di buoni denari d’argento, non avrebbero più molestato i nostri compaesani né avanzato pretese sul Negrino , situato a superiore del fiume Dezzo a sinistra. Ma a distanza di nemmeno un secolo, nell’anno 1901, gli abitanti dell’altopiano consegnarono un reclamo al messo imperiale di Bergamo nel quale attestavano – l’uccisione di alcune persone, incluso un chierico, numerose razzie di bestiame e, in tre successive incursioni, l’incendio di ben 56 edifici, tra case, baite, cascinali, malghe e fienili. Il delegato dell’imperatore Enrico IV emise allora un bando contro gli Scalvini sanzionandoli con altre mille libbre di denari d’argento. Ma a buttare carne sul fuoco , cagionando d’ira delle genti di Scalve e rinfocolando la lite, contribuì nell’anno 1109, una banda di briganti, capeggiata da un certo Alboino degli Alboini di Lozio, nella quale militava una masnada di malviventi bornesi, che andava devastando e depredando numerosi villaggi bergamaschi della Valle di Scalve e della Val Seriana. Le vendette per questi misfatti le subirono però, in seguito, i malgari bornesi che lavoravano sul Negrino. Nel 1154 tentò di domare il grave bisticcio l’imperatore Federico Barbarossa, transitato in Valle per strategie di guerra, che emanò una nuova sentenza in favore della comunità bornese, a lui cara, perché filo-ghibellina. Ma gli animi non si placarono e tra il 1318 ed il 1394 furono emesse ben quattro terminazioni di confine cosicché i cippi in pietra calcinera furono rimossi e traslocati per altrettante volte. Nell’anno 1410 non mancò di creare scompiglio e suscitare altre ribalderie il nuovo principe Pandolfo Malatesta, divenuto signore di Bergamo e di Brescia, che confiscò metà della giogaia bornese per assegnarla alla potente famiglia dei Capitanei di Scalve. Gli uomini dell’altipiano ripresero a rubare legname, selvaggina e armenti sull’alpe, finchè non venne loro restituita la parte sottratta. Persino i nostri lettori come al fine di rabbonire gl’animi dei contendenti fosse intervenuto financo San Bernardino da Siena che, intorno al 1411, si trovava a Clusane per predicare la fratellanza alle genti bergamasche . I fatti d’arme ripresero con veemenza, tra il 1515 e il 1520, precipitando nell’abominia, allorquando due capibanda scalvini, con una quarantina di facinorosi , cacciarono tutti i coloni avversari delle località Paghera e Scandola, trucidando cinque braccianti sul Negrino e, nel contempo, ferendo sul Lago d’Iseo, per il tramite di alcuni sicari, due uomini di legge, che tornavano da Venezia. I Bornesi si vendicarono in occasione del passaggio dell’imperatore Massimiliano per la Valcamonica. Recatisi a Breno, dove alloggiava il sommo sovravo, implorarono il consenso di poter bruciare e saccheggiare Scalve “guelfa e marchesca” . Il monarca li volle compiacere altrimenti inviando una piccola armata capitanata dal Conte di Lodrone, che mosse da Castione della Presolana alla volta di Vilminore. Ma giunto colà, com’era costumanza dei condottieri e dei capitani di ventura, barattò l’annichilimento della valle in cambio di 500 ducati. Inappagati e delusi per un siffatto patteggiamento, che sapeva tanto di tradimento, i Bornesi radunarono allora 600 armati, (è fuor di dubbio che il cronista ne gonfiò l’entità numerica), e devastarono le contrade di Azzone, Dosso, Pradella e Serta. Gli Scalvini, dal canto loro, restituirono tosto la pariglia ed in numero di 300, valicarono il Negrino e sgozzarono tutti gli alpigiani dell’opposta fazione. Assistendo impotenti a codesti incresciosi fatti d’arme, i rettori camuni e bresciani, mandarono ambasciatori a Venezia affinchè la Repubblica marinara intervenisse a sbrogliare la matassa. Il Consiglio dei Pregadi incaricò i Patrizi Ruggero Contarini, Matteo Malipiero e Filippo Tron di perlustrare i luoghi e mettere giudizio sulla contesa. Costoro divulgarono una prima sentenza compiacente agli Scalvini, argomentando, com’era giusto che fosse, che in appoggio alla geografia del territorio, il monte spettava loro. Teste dure anche i Bornesi che non vollero assoggettarsi al bando veneto e per tutta risposta accopparono sul Negrino due governatori di Scalve della potente famiglia dei Capitanei e scorticarono vivo un certo Berlinghieri, nei pressi di Salven, bruciandolo ancora vivo in una carbonaia. Ma come spesso accade agli assassini, il fautore di questo obbrobrio domiciliato nel Piano di Borno, fu assassinato anch’esso con tutti i suoi familiari. Nel 1518 gli Avogadori credettero di aver trovato l’illuminazione per venire in capo alla faccenda. Ordinarono che si facesse un modello in miniatura del monte reclamato, e lo si portasse a Venezia per essere attentamente esaminato da 25 Savi. Stupisce come la Serenissima trovasse il tempo, la voglia, la costanza e le finanze per risolvere un malaffare a dei sudditi così lontani di terra ferma che, a dire il vero, non erano per niente intenzionati a pacificarsi. Fu gran cosa, davvero curiosa da vedere, quella ingegnosa macchina che mostrava il luogo conteso con tutte le sue strade, cascine, prati, pascoli, seni del monte e distanze debitamente rimpicciolite, opera resa possibile grazie al lavoro di un architetto e ingegnere napoletano di nome maestro Bernardo. Ma quando il modello fu terminato tutti s’accorsero che per le sue misure non poteva passare dalla strada della Corna Mozza e così si dovettero allargare alcuni tratti della strada del Giogo e farlo “trasire da colà “ . Per tranquillizzare quelle grandiose menti dell’una e dell’altra parte, per garantire loro che durante il viaggio nessuno avrebbe osato e potuto ritoccare il modello, lo si racchiuse in un enorme cassone, serrato con due chiavi, “che stavano appresso i Deputati delle due terre”. Ma pure questa trovata non piacque agli uomini di Scalve che, nel frattempo, mentre aspettavano la sentenza dei 25 Savi, sconfinado dai loro territori, in gran numero, si diressero contro i nemici al grido – A Borno a Borno, vogliamo mangiare le vostre corrade arrosto. E sicuramente l’avrebbero fatto se non fosse intervenuto in tempo il Capitano di Valle con i suoi soldati a domare la scorribanda. Toccò alla facondia dei 25 Savi veneziani d’emettere una sentenza di buon porto, come si diceva in simili frangenti: il giusto confine doveva essere la cresta del monte, la metà al vago spettava a Scalve e la metà rivolta a mezzodì a Borno. Ma ad una siffatta risoluzione i più destri tra gli Scalvini rimbeccarono che anche l’asino del podestà di Scalve avrebbe potuto tracciare la terminazione, sarebbe bastato che fosse salito, a suon di bastonate, lungo il sentiero della costa. Ciascuna delle due parti voleva il monte per intero; dunque, tempo, fatica e quattrini sprecati, per giunta in un periodo storico in cui la fame la faceva da padrona! Nell’anno 1521 gli Scalvini ripigliarono le solite angherie, rapinando del bestiame in località Ranico e mandando all’altro mondo un giovane sopraggiunto in soccorso dei malgari. Gli aggressori furono però processati a Breno, dal Capitano di Valle, Antonio Lana. Quattro anni più tardi il Doge Andrea Gritti obbligava la reggenza della Valle di Scalve a versare 5000 denari, in tre rate annuali, al comune di Borno, per l’acquisizione della metà del monte, deliberata dal collegio dei 25 Savi. Anziché ritenersi appagati della sentenza ducale, i Bornesi, con animo invelenito, principiarono a frodare le legne sul versante montano che avevano perduto, aiutati da gentaglia di Ossimo e, udite bene, da alcuni frati del convento dell’Annunciata. Nell’agosto del 1537, a loro volta, gli Scalvini si recarono sul versante bornese del Negrino e fecero razzia di vacche e capre. L’anno seguente la contesa prese una brutta piega e scomodò per la seconda volta il governo veneto. I reggitori delle due comunità litiganti chiusero i reciproci passi, allogando guardie armate ai confini. La cosa risultò di una gravità estrema poiché umiliava i funzionari e le milizie governative esautorandoli di fatto del loro potere. Il Consiglio dei Dieci, per tutta risposta, bandì un proclama atto a ristabilire il libero transito, sotto pena del confino, lontano 15 miglia, per i trasgressori e addirittura il taglio della testa per i recidivi. Codeste sanzioni e la taglia di 300 lire per gl’ingrassatori della rissa, affievolì per qualche decennio la secolare controversia che si riaprì nel 1570 invero con un tenore più leguleio. I periti e i giurisperiti d’entrambe le parti contestarono le misurazioni di Mastro Bernardo, riportate sul plastico del monte. E’ il caso di dire che, con la pazienza di Giobbe, la magistratura veneta accolse le impugnazioni delle parti e fece rispedire il modello in Val di Scalve, incaricando un abile periziatore sopra le parti, certo Giovanni Rusconi, di apportarvi tutte le correzioni del caso. Tuttavia la contesa non si sarebbe mai assopita se non si fosse intromessa nell’annosa questione la mano dell’Onnipotente. Nel luglio del 1654 un fatto prodigioso quietò l’animosità dei contendenti. Il pastore bornese Bartolomeo Burat, mentre transitava col suo gregge, in territorio di Scalve, colto da polmonite fulminante venne miracolosamente guarito dalla Madonna, che gli apparve alle Fontane di Dezzo e gli bagnò la fronte con l’acqua di una vicina fonte. A seguito di questo portento, gruppi di devoti delle due terre ostili si recarono in pellegrinaggio sul luogo del miracolo a pregare e a raccogliere acqua risanatrice per i loro malati. Dopo qualche tempo le genti delle due vallate si riappacificarono dinnanzi alla santella della Madonna delle Fontane, semplice edicola rurale che s’incamminò presto a diventare un grandioso santuario; il 20 luglio del 1682 i governanti delle due comunità s’incontrarono nei pressi del Giovetto di Paline e siglarono un compromesso e una pace stabile. I Bornesi per l’occasione si dimostrarono assai munifici e cedettero ai secolari rivali la loro metà di monte, al Val Giogna, i Fopponi ed il versante settentrionale del Costone, così che l’incaricato a designare il nuovo confine, tal Hieronimo Isonni, piantò dieci termini di pietra, con una vistosa croce nel mezzo, dalla cima del Costone all’estremità occidentale della colma del Bèlem o Corna Mozza, che poi rimase ad immemorabilis, il confine attuale.” Oltre agli innumerevoli "scontri" a Borno (con gli Scalvini), a Erbanno, Esine, Breno, Edolo, Cemmo, Paspardo, Mù, Vezza, Malonno, Bienno, Lozio, Angolo, ecc., forse la vicenda più significativa è quella che si riferisce alla lunghissima e cruenta questione per il possesso del feudo di Volpino posto a cavallo della riva nord del lago d'Iseo e all'imbocco della Valle Camonica. Da semplice questione ereditaria tra famiglie (imparentate tra loro) divenne una lunga e sanguinosa guerra tra potenti città e grandi feudi con l'intervento addirittura dell'impero e del papato, di eserciti e flottiglie lacustri, di cavalieri e… santi. Le terre di Volpino, in quel periodo storico, senza strade nel fondovalle, avevano anche una particolare importanza strategica e militare, che andava ben oltre il puro possesso territoriale. La sua collocazione geografica e dunque la possibilità di controllare con le sue rocche e ponti i commerci e gli scambi la facevano di fatto la porta di accesso da sud all'intera Valle Camonica e alle sue importanti vie di transito addirittura per la Valtellina, il Trentino e dunque anche il centro Europa. La storia della "questione" di Volpino era nata a seguito delle continue discordie tra l'antichissima famiglia Brusati con quel Giovanni Brusati, feudatario di Volpino, Qualino e Ceratello, politicamente e tradizionalmente appoggiata e legata a Brescia e al suo Vescovo e la confinante (e consanguinea: erano cugini !) famiglia di Gislinzone Mozzi, spalleggiata e protetta dal comune di Bergamo e dalle famose e potenti famiglie bergamasche dei Colleoni e dei Ficeni. Nel 1126 Giovanni Brusati decise di vendere le sue terre poiché, per rispettare un giuramento che aveva fatto alcuni anni prima, voleva recarsi alla crociata in Palestina. Il Brusati aveva dapprima offerto i suoi possedimenti, rispettando un antico diritto di prelazione, al vescovo di Brescia, che però, in notevoli ristrettezze economiche, si vide costretto a rifiutare l'offerta. Allora il Brusati, in necessità di denaro, si rivolse al Comune di Bergamo che, in breve tempo, concluse l'affare. Questa vendita, che allargava di molto il potere territoriale e l'influenza politico commerciale dei bergamaschi verso la Valle Camonica e dunque verso le terre bresciane del Sebino, fu subito contestata dal Vescovo di Brescia che si sentì obbligato a intervenire direttamente con le armi… in nome del "diritto antico e della rappresaglia". A sua volta Bergamo inviò truppe sul posto e gli scontri, inevitabili, furono violenti e sanguinosi ma non portarono esito alcuno o vantaggio di parte e proseguirono, con alterne vicende, per quasi 30 anni, fino al 1154. Fu in quell'anno che la contesa sembrò risolta, almeno ufficialmente e sulla carta, da un editto dell'imperatore
Rientrato il Barbarossa in Germania, per sedare una delle tante rivolte della sua irrequieta nobiltà teutonica, nell'anno seguente (1155), i bergamaschi, confutando l'ordinanza imperiale, ripresero le ostilità con piccoli scontri e scaramucce finchè, l’anno dopo, nel 1156, i due schieramenti opposti si scontrarono in campo aperto in una battaglia che si svolse nella bassa pianura a cavallo dell’Oglio, nei pressi dei castelli di Pontoglio e di Palosco, nella piana delle Grumore. Malgrado fossero state le truppe bergamasche ad attaccare per prime, sentendosi superiori per numero, la vittoria alla fine fu delle truppe vescovili Bresciane che sbaragliarono quelle comunali di Bergamo: da questi venne chiesta una tregua e si giunse così alla stipula di un accordo di sospensione delle ostilità e alla successiva pace di Palazzolo. Sconfitti sul campo e pesantemente penalizzati dalle clausole di cessioni territoriali nelle trattative, i Bergamaschi, mutata anche la situazione politica generale in tutto il nord Italia e cambiate le alleanze con l'impero germanico, pensarono, a loro volta, di rivolgersi direttamente al Barbarossa, mantenendo contemporaneamente in armi il proprio esercito, malgrado questo fosse esplicitamente vietato dal il trattato di pace, che avevano dovuto sottoscrivere dopo la sconfitta. Questa volta l'imperatore, per sua opportunità politica, accettò di sostenere i diritti di Bergamo che vennero imposti e resi effettivi ed operativi (sulla carta) nel 1158 alla seconda Dieta di Roncaglia. NOTA: 12 OTTOBRE 1158 Brescia: il vescovo Raimondo interviene a comporre la lite tra le comunità di Breno e di Niardo per la proprietà del monte Stabio, su cui pascolare bestiame “grosso e fino con raccolta di fienatico e grassa”. I Bresciani intanto, ben informati delle trattative tra gli ambasciatori di Bergamo e l'imperatore, certi che lo stesso Barbarossa avesse già maturato l'idea di modificare la sua precedente sentenza, si erano rivolti all'altra somma autorità (anche temporale) di allora: papa Adriano IV che, per contrapposizione alla crescente invadenza politica del monarca tedesco sul suolo italiano, divenne uno strenuo sostenitore dei diritti dei Bresciani. Ben sapendo che in gioco, tra papato e impero, vi erano interessi ben maggiori delle semplici diatribe sulle terre di Volpino e che le dispute e i cavilli legali discussi nei tribunali dell'impero non avrebbero dato alcun esito favorevole alle loro rivendicazioni, i Bresciani pensarono di agire in proprio e fortificarono le difese e le mura del castello di Volpino. Fu una operazione certamente opportuna, ma che risultò completamente inutile, poiché i Bergamaschi, con un ardito colpo di mano conquistarono la rocca nel 1162, alleandosi anche di fatto sul campo di battaglia alle truppe del Barbarossa che era impegnato nella cruenta lotta contro Milano (e altre città lombarde) e che voleva avere le spalle ben sicure e protette. Essendo Brescia (nemica storica di Bergamo) alleata di Milano, il Barbarossa cercò di colpirla direttamente nel suo territorio. NOTA: 22 giugno 1161: Federico Barbarossa assalta il borgo di Iseo e lo incendia; quindi si dirige verso Milano a cui porrà assedio. Le truppe germaniche e quelle bergamasche piombarono sulla piazza di Iseo, la conquistarono e la saccheggiarono. Il colpo fu duro e pesante per Brescia poiché Iseo era, in quel momento politico, il più importante centro commerciale ed era il principale nodo di transito e scambio tra le zone di influenza bergamasca e bresciana. Le operazioni militari dell'esercito imperiale non si fermarono sul basso Sebino e, dopo insistenti richieste degli stessi bergamaschi, il Barbarossa, li favorì ulteriormente nelle loro rivendicazioni territoriali sulla sponda nord del lago d'Iseo. Dalle terre di Volpino l'imperatore risalì la Valle Camonica e pose in stato di assedio e distrusse il famoso castello di Pedena che sorgeva presso Cemmo. La roccaforte apparteneva ed era difesa da un nutrito gruppo di sostenitori guelfi fedeli a Brescia. Di questa potente rocca (e di molti alti castellieri di cui era disseminata tutta la valle) da allora se ne sono perse quasi completamente le tracce. Raso al suolo il castello, trucidati i suoi occupanti, il Barbarossa, con questo sanguinoso gesto di forza, nel cuore della terra bresciana, intese dare un chiaro, forte e inequivocabile esempio del suo potere anche in valle. Federico Barbarossa emise quindi una "imperiale", cioè una ordinanza che aveva effetto immediato, in cui imponeva sudditanza totale alle terre comprese tra Lovere e Gorzone a Federico Brusati-Mozzi, nobile di origine bergamasca, da cui deriverebbero poi i vari rami della casata dei Federici di Valle Camonica. I Camuni (tutto sommato già tendenzialmente filo imperiali per l'atavica avversione a Brescia) passarono sotto il diretto controllo imperiale e per questo vassallaggio ottennero, nel 1164, un diploma nel quale il Barbarossa offriva la sua diretta "alta protezione" alla valle, creando cosi la "Comunità Camuna". Con questo editto la Valle veniva affrancata da ogni forma di assoggettamento civile ed ecclesiastico dovuto alle curie di Brescia o di Bergamo, venivano concesse alcune libertà, come quella di eleggere i propri consoli, purchè questi rimanessero fedeli, con solenne giuramento, all'imperatore e solo a lui, o a un suo legato che avesse ricevuto la sua diretta investitura. La "protezione" e i "favori" del Barbarossa però durarono poco: nella nuova situazione politica che era maturata in seguito alla formazione della Lega Lombarda, la Valle Camonica, visto che le promesse imperiali non si erano concretizzate, si schierò sulle posizioni dei Comuni e contro l'Impero. La famosissima vittoria di Legnano, nel 1176, portò, dopo altre scaramucce, scontri e anche brevi tregue, alle trattative di pace che vennero discusse a Costanza nel 1183: nei vari "capitolati" furono salvaguardate le libertà comunali contro la prepotenza e ingerenza imperiale, con espresso riferimento anche a quelle della Valle Camonica. Chiusa con la pace di Costanza la lotta dei Comuni lombardi contro il Barbarossa, si riaccesero però immediatamente le liti, le rivalità, gli scontri e le beghe tra Bergamo e Brescia per il possesso degli importanti borghi di Sarnico e Caleppio (sulla sponda sud ovest del basso Sebino), nonchè delle solite terre di Volpino, sulla sponda nord. Vi furono ancora alcuni interventi armati, con iniziativa da entrambe le parti, con diversi morti, feriti e distruzioni di case e di fienili, fino alla battaglia di Rudiano che fu combattuta sabato 7 luglio 1191. Ancora una volta la vittoria fu delle armi Bresciane che, questa volta, ebbero anche l'importante appoggio di molti uomini armati provenienti dalla Valle Camonica. Rudiano era una località nei pressi di Cividate al Piano, al confine tra le zone di influenza di Brescia e Bergamo, il cui confine era il fiume Oglio. Proprio per attraversare l'Oglio fu gettato, dalle truppe bergamasche aiutate da quelle giunte da Cremona, un ponte provvisorio su cui le schiere bergamasco-cremonesi avrebbero dovuto passare per cogliere di sorpresa i bresciani. Così non fu e, le truppe di Brescia, avvisate delle manovre dei nemici, sconfissero gli avversari che, fuggendo disordinatamente, si ammassarono sul piccolo ponte che all’improvviso cedette di schianto: nelle profonde acque dell'Oglio precipitarono molti uomini armati con le pesanti armature, corazze, cavalli e carriaggi. Fu una strage a cui assistette e partecipò direttamente anche Obizio da Niardo che si trovava sul ponte al momento del crollo mentre inseguiva gli avversari i fuga. Obizio, rimase anche lui intrappolato tra le travi semi sommerse dall'acqua e per lungo tempo chiamò aiuto senza che nessuno lo sentisse. Alla fine, racconta la “storiografia del futuro santo”, stremato si assopì e intriso della mistica religiosità del tempo, sognò di scendere all'inferno e di vedere cose orrende. Tratto in salvo da alcuni amici, Obizio frastornato dalla vicenda, tornò a casa e chiese alla moglie, la contessa Triglissenda e ai suoi quattro figli, di liberarlo da ogni vincolo familiare e, donata ai poveri buona parte delle sue rilevanti sostanze, lasciata al comune di Breno una ingente somma per la costruzione di un solido ponte sull'Oglio (il famoso ponte Minerva a sud di Breno che tanta importanza, anche politica, ebbe in seguito nelle vicende camune) e si ritirò nel monastero di Santa Giulia a Brescia. La leggenda vuole che alla sua morte, nel 1204, sia sgorgata dal marmo del suo sepolcro una sorgente “d’acqua limpidissima”, miracolosa e capace di guarire ogni sorte di malattia e infermità. Ma anche la vittoria di Rudiano non bastò a risolvere, una volta per tutte, l'annosa questione che vedeva contrapposte Brescia e Bergamo e i loro alleati.
La Valle Camonica venne dunque posta sotto "l'alto patronato" di Brescia, dalla quale mantenne però una certa autonomia amministrativa e indipendenza fiscale. Questa situazione politica e territoriale, con quella lontananza da Brescia che non era solo “fisica”, favorì il gioco dei nobilotti locali che, divisi in guelfi (filo bresciani) e ghibellini (indipendentisti e legati politicamente e con vassallaggio all'impero), cominciarono a battersi aspramente per il predominio in valle, cercando di guadagnare alla loro causa il favore popolare con alcune concessioni, come attestano gli accordi di Pisogne nel 1195 e di Montecchio nel 1200. Le due fazioni divisero le grandi famiglie della Valle in due netti schieramenti che in modo sanguinoso si scontrarono direttamente in varie occasioni. Tra i Guelfi, molto radicati nella media Valle Camonica, erano annoverate le più antiche famiglie nobiliari camune di origine bresciana: i Nobili di Lozio, i Lupi e Camozzi di Borno, i Beccagutti di Esine, gli Antonelli di Cimbergo, i Magnoni a Malonno, i Ronchi e gli Alberzoni di Breno, i Palazzo e i Sala di Cividate, i Griffi a Losine, i Pellegrini e i Bottelli a Grevo I Ghibellini erano rappresentati specialmente dai vari rami in cui si era divisa la prolifica e potente famiglia dei Federici che avevano, in poco tempo, "piazzato" propri “parenti e famigli” nei principali paesi e castelli della bassa e alta Valle Camonica: a Montecchio, Erbanno, Gorzone, Artogne, Volpino, Vezza e Mù. La più attiva in questo scontro politico fu proprio la fazione ghibellina, che guidata da alcuni degli esponenti più in vista dei Federici, ben presto riuscì ad ottenere una prevalente posizione di potere, contrastando l'azione politica del Vescovo bresciano che invece tendeva a consolidare i numerosi privilegi ecclesiastici in Valle. La situazione generale di particolare instabilità, di rifiuto di assoggettarsi ai delegati curiali, fece si che la stessa Curia di Brescia dovette intervenire direttamente assicurando la sua presenza in valle con la forza non del crocefisso ma delle armi (cosa che molte volte, senza nessun scandalo, si sovrapponeva). A Montecchio, uno dei centri allora più ricchi e importanti dell'intera Valle Camonica, tanto che erano presenti ben sei chiese e molte abitazioni avevano il tetto ricoperto da tegole o coppi o lastre di pietra invece che con paglia (come allora era uso ovunque), era posta la “domus curiae” da cui i delegati vescovili esercitavano le loro funzioni di gabellieri e di sorveglianza. Montecchio era strategicamente importante anche per il ponte che attraversava l'Oglio e per il castello sulla collina del Monticalo (un altro castelliere forse era presente anche sull’altra collinetta, ora chiamata del Castelletto o Castellino, che era posto proprio in verticale sulla via di transito in uscita dal ponte sulla sponda orografica destra, dove ora sorge Boario Terme). Proprio a Montecchio fu sanguinosamente domata una rivolta di nobili camuni che si erano ribellati alle forti imposizioni vescovili e avevano protestato minacciando di occupare con la forza il castello. Dal 1248 il vescovo, non fidandosi a delegare in loco le principali cariche civili e militari (oltre a quelle religiose) nominò direttamente un suo rappresentante a reggere, in qualità e con la nomina di Sindaco, quel comune molto importante poiché, comprendendo Darfo, Corna e Gianico, costituiva la porta d'accesso all'intera Valle Camonica e alla confinante e collegata Val di Scalve. Furono comunque sempre le imposizioni, le tasse, i balzelli, le prebende e le pretese di Brescia sulla Valle Camonica a segnare l'inizio di una lunga serie di aperte lamentele che ben presto si trasformarono in forte ostilità e in una serie di cruente ribellioni che portarono ad altri lutti e alle successive inevitabili faide e vendette. Il culmine della lotta armata fu nel 1288 quando i Ghibellini camuni, rafforzati da numerosi rappresentanti e famigli delle due casate più importanti della valle: i Federici e i Celèri, fecero strage dei guelfi di Pisogne, inseguendo i superstiti fino al castello degli Oldofredi di Iseo, aperti sostenitori del vescovo di Brescia e degli interessi di quella curia. Brescia rispose immediatamente alla disfatta mettendo al bando gli aggressori. Questi però, al sicuro nelle loro case fortificate, nei loro castelli e appoggiati dalla popolazione locale nonché facilitati, nella difesa delle loro postazioni, dall'asprezza naturale della valle, continuarono indisturbati le loro rappresaglie, dimostrando come il Comune e la Curia bresciani fossero impotenti a domare la rivolta con la sola forza delle proprie armi e delle scomuniche. NOTA: 3 SETTEMBRE 1244 Pisogne: muore il vescovo Beato Guala de Roniis, originario di Bergamo, ed appartenente all’Ordine dei Domenicani, chiamato da papa Gregorio IX a reggere la diocesi bresciana nel 1230, dove attua un’energica opera riformatrice. NOTA: 1 ottobre 1254 Brescia: il nuovo vescovo Cavalcano Sala (o de Salis) di origine bresciana, chiamato a reggere la diocesi da Papa Innocenzo IV, è nominato per la prima volta in un documento pubblico. Già arciprete della Cattedrale si oppone al potere di Ezzelino. Quando il 28 agosto 1258 il signore da Romano s’impadronisce di Brescia, il presule è costretto a rifugiarsi a Lovere dove vive esule fino alla morte, avvenuta nel gennaio 1263. NOTA: 1 settembre 1259 Brescia: Ezzelino da Romano entra in città e si proclama signore. La sua ferocia antiguelfa costringe il vescovo Cavalcano De Salis a rifugiarsi a Lovere, mentre molti guelfi trovano scampo nella fortezza di Orzinuovi. La signoria di Ezzelino ha breve durata: il 27 settembre dell’anno successivo viene infatti sconfitto dalla Lega dei Comuni a Cassano d’Adda; gravemente ferito e fatto prigioniero, morirà pochi giorni dopo a Soncino. La lotta durò ancora una volta a lungo con vari scontri armati che nulla risolsero e allora si dovette ricorrere ad un arbitraggio, ma, diffidando, entrambe le parti, sia dei delegati imperiali sia dei nunzi indicati dal papato venne, di comune accordo, accettato come giudice il signore di Milano,
NOTA: 28 ottobre 1288 Brescia: allarme per la ribellione provocata in Valle Camonica dalle famiglie Federici e Celeri che fanno strage di guelfi a Pisogne e saccheggiano e incendiano Iseo. Il Consiglio generale della città mette al bando i ribelli e i feudatari di Breno, Malonno, Cemmo, Esine e Corteno. In città, dopo un breve periodo di lotte intestine tra le famiglie più in vista e più importanti, il vescovo, Berardo Maggi, era riuscito a riunire nelle sue mani sia il potere politico che quello religioso. Era divenuto dunque il vero e incontrastato signore di una Brescia, pacificata sotto il Vangelo, ma specialmente sotto la paura delle sue armi. Il potere vescovile venne subito esteso e reso effettivo anche alle periferiche tumultuose e irrequiete terre del contado e della provincia. Una delle prime azioni politico-militari di questo vescovo-principe fu di rinforzare in Valle Camonica la parte guelfa, a lui nettamente favorevole. Procedette a nuove investiture e alla concessione di privilegi a chi, appoggiandosi a Brescia, per interesse o invidia, non sopportava il peso dei signorotti ghibellini che avevano avuto altri privilegi dall'arbitrato milanese. Forse fu per questa esclusione, da nuovi vantaggi economici e politici, che immediata e violenta scoppiò la reazione del partito dei Federici, rimasti fuori, per la loro vicinanza alla signoria di Milano, dalle varie nuove nomine e prebende bresciane: nel 1301 ricomparvero in molti paesi della valle degli uomini armati e pronti a combattere contro le truppe del vescovo di Brescia. La repressione ordinata dal Maggi fu rapida, ma, pur violenta, sanguinaria e volutamente radicale non fu sufficiente a distruggere totalmente i ghibellini camuni e sebini ma indubbiamente contribuì a indebolirne momentaneamente il loro potere locale e ridimensionare l’influenza dei Federici in quasi tutta la bassa Valle Camonica. Per alcuni anni la situazione rimase abbastanza stabile e fossilizzata ma, sotto un’apparenza di normalizzazione covava, forte e non sopita. una diffusa fronda nei confronti dell'invadenza e della rapacità bresciana. Per complicare ulteriormente una situazione già di per sé ingarbugliata, i Ghibellini camuni, in difficoltà militare e politica, appena le condizioni lo permisero, chiesero aiuto ad Arrigo VII che nel 1311 era sceso a Milano per esservi incoronato re. NOTA: 5 SETTEMBRE 1311 Brescia: il cardinale Princivalle Fieschi, genovese, compie la missione di pace presso l’imperatore Enrico VII che, con lungo assedio, ha ridotto la città allo stremo. Forse perché a conoscenza della situazione bresciana, il Papa lo nominerà vescovo di Brescia nel 1316. Arrigo, per avversione al papato e ai vescovi principi che gestivano il vero potere temporale in molte vere e proprie città stato indipendenti, riconfermò alla Valle Camonica le concessioni già fatte dal Barbarossa nel 1164, ne ribadì l'indipendenza da Brescia, ne assunse la "diretta e alta" protezione ed inviò in valle un suo rappresentante. Fu dall'anno successivo (1312), con le varie nomine imperiali ai signori e Duchi d'Italia, fedeli ad Arrigo, che cominciò ad estendersi anche sul territorio bresciano (e sulle sue valli) il potere di Cangrande della Scala (*)
NOTA: 1334 giugno 18 Grevo e Braone: Venezia impone alle due comunità di pagare imposte dalle quali erano state esentate in precedenza. Azzone Visconti però morì poco dopo e a lui succedette Bernabò, che però dovette subire la divisione della vasta signoria viscontea con gli altri nipoti di Azzone, Matteo II e Galeazzo II. Bernabò però, che conosceva bene la situazione in valle poiché, nel 1340, vi era stato alla testa delle truppe milanesi vincitrici, appena insediato, favorì nuovamente, con un decreto del 1339, l'autonomia dei Camuni (e di altre zone) rispetto a Brescia, e così riuscì, come era nelle sue intenzioni, a controllare e dominare meglio, anche con le sue milizie armate, le varie fazioni in lotta nell'intera Lombardia orientale che voleva sottomettere e aggregare alle sue terre, sottraendole alla influenza dei signori veronesi. La Valle Camonica divenne così di fatto parte integrante del ducato di Milano tanto che nel 1354, per diritto di successione, venne assegnata proprio a Bernabò Visconti, colui che, come ricordato sopra, nel 1340 l'aveva completamente assoggettata, con le armi, alla dominazione viscontea. Non tutto però era pacificato e le varie fazioni locali erano sempre in aperto contrasto violento tra loro, tanto che nel 1361, Bernabò dovette mandare in Valle altre sue truppe per spegnere una rivolta attizzata dai Guelfi camuni che fomentavano il malcontento, supportati dal continuo appoggio di Brescia, ma che non erano più riusciti ad affermare e allargare il proprio potere. Ancora una volta la repressione fu durissima e alcuni nobili “Guelfi” e molti loro alleati, vennero giustiziati in questa ennesima "stabilizzazione". Ma fu per poco: con miglior fortuna, ma con scarsi risultati sul piano politico, i rivoltosi ritentarono la sorte ribellandosi prima nel 1373, e poi nel 1378. Molto sangue camuno arrossò in quegli anni le terre di molte contrade fino a quando, finalmente, su istanza del Duca milanese, si giunse ad una tregua fra guelfi e ghibellini.
NOTA: 29 LUGLIO 1404 Demo: il borgo è incendiato dai guelfi bergamaschi che risalgono la Valle Camonica; raggiunti da un gruppo ghibellini pure bergamaschi ingaggiano un combattimento durato tre giorni. NOTA: 10 AGOSTO 1406 Brescia: Pandolfo Malatesta, Signore di Brescia, istituisce la zecca chiusa dal 1337; vengono coniati “grossi” d’argento, soldini, sestini, quattrini e denari. Un significativo esempio dell'asprezza di queste lotte si ebbe nella notte di Natale del 1410, quando molti armati, guidati da Giovanni Federici di Mù, penetrati nel castello posto sopra l’abitato di Villa, sterminarono tutti i componenti della famiglia dei Nobili di Lozio, compreso il famoso Baroncino, capo della parte guelfa. Della potente, rapace e avventurosa famiglia dei Nobili che, fino ad allora, aveva avuto una grande influenza politica ed economica (specie per i forni fusori che gestiva) nella media valle, non rimasero che due ragazzi che, al momento della strage, non erano nel castello avito, ma si trovavano per studi a Bergamo e a Brescia.
NOTA: 27 GIUGNO 1411 Mu: G. Maria Visconti concede in feudo a Giovanni Federici di Erbanno la rocca con giurisdizione sui territori di Edolo e Dalegno. Saldamente attestato in alcune terre e castelli a lui fedeli, il Malatesta, spalleggiato ora direttamente anche da Venezia, che aveva allargato la sua espansione territoriale e di influenza politica verso ovest raggiungendo le coste del lago di Garda, sembrò in un primo tempo avere la meglio sulle schiere milanesi. NOTA: 20 ottobre 1418 Chiari: una folla esultante accoglie papa Martino V, accompagnato da undici cardinali, che visita il borgo fortificato durante il viaggio di ritorno dal Concilio di Costanza. La lotta, sempre molto accesa e violenta, rimase incerta per quasi un decennio, fino al 1419 quando, per diretto intervento delle truppe ducali di Milano, allora guidate dal Carmagnola (*), la Valle Camonica ritornò nell'orbita del potere dei Visconti. Ma la presenza milanese fu, ancora una volta, di breve durata. Nel 1426 le truppe veneziane conquistarono Brescia, la sua piazza e il suo castello e, nel 1427, vennero inviate truppe in Valle Camonica al comando di Giacomo Barbarigo che, assumendo anche la carica di Capitano di Valle, asservì alla Serenissima la maggior parte del territorio camuno. Venezia, nelle sue campagne di conquista sulla terraferma, entrò così in possesso anche delle altre vallate alpine del Veneto e della Lombardia orientale, comprese le sue tre grandi valli bresciane: Val Trompia, val Sabbia e Valle Camonica. Il 18 aprile 1428, con la nuova pace di Ferrara i milanesi Visconti furono obbligati a riconoscere a Venezia il dominio sulla città e sulla provincia, compresa la Valle Camonica e il 1° luglio 1428 Venezia riconobbe la Valle Camonica come “terra separata”, governata da un proprio podestà con ampi poteri, anche se sempre soggetti alla verifica degli organismi repubblicani istituiti a Brescia.
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