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La Valle Camonica è una delle più imponenti, vaste, lunghe (dal Gavia e Tonale al lago d’Iseo per quasi 100 Km) e belle valli che si aprono perpendicolarmente alla pianura alluvionale che si emana dalle pendici della catena delle Alpi.
Poi gruppi più numerosi di cacciatori mesolitici seguirono i primi e, armati con attrezzi rudimentali, ma spinti dalla ricerca del cibo e con spirito di esplorazione, di sopravvivenza e di conquista di nuovi territori di caccia, risalirono gradatamente la valle. Passarono i profondi avvallamenti, costeggiarono gli altipiani, guadarono il paludoso e inospitale fondovalle ed eressero, a quote di sicurezza, dei piccoli accampamenti stagionali che dovevano avere la funzione di campi base per le lunghe battute agli ungulati (camosci e stambecchi) che dimoravano, nella stagione calda, a quote più elevate. Di questi primi frequentatori della nostra terra rimangono pochissime tracce sul "fondo della valle" o a quote relativamente basse, mentre sono presenti a quote più elevate. Il motivo era evidente: infatti quasi tutta questa vasta area fondo valliva, che si estendeva dal lago Sebino ben oltre le naturali strettoie di Cividate e Breno, doveva essere ricoperta da acque o da zone paludose e per questo solo sugli spuntoni rocciosi affioranti o sulle pendici delle montagne era possibile stabilirsi, vivere e lasciare tangibili testimonianze: qui sono stati individuati i primi segni concreti della presenza dell'uomo. Già allora, questi antichi nostri progenitori (forse appartenenti al ceppo dei Liguri che si erano radicati in quasi tutto il nord Italia) lasciarono le loro “impronte” sulle lisce pareti rocciose che erano disseminate un poco ovunque in tutta la vallata. Graffiando queste grandi superfici levigate impressero per i millenni successivi molte figure, incise con pazienza e fervore religioso, tra le quali, per prime, forse a dimostrazione di una stretta comunanza con la natura, alcune immagini di bovidi. Ma, di queste remote presenze non stabilmente stanziali, sono altresì molto significativi, anche i ritrovamenti dei resti di accampamenti e di alcuni strumenti in pietra, come degli arpioni, delle frecce e alcuni frammenti di strumenti d'uso comune, necessari nella precaria vita quotidiana di quegli intrepidi cacciatori. Questi primitivi manufatti dimostrano e riaffermano come fossero la caccia e la pesca le principali attività di sostentamento in quell'epoca in cui non era ancora presente un'agricoltura razionale. L'alimentazione con i frutti selvatici doveva avvenire solo con la naturale forma della semplice raccolta stagionale di prodotti spontanei, non regolata dall'uomo e certamente non prevista o organizzata. Nel Mesolitico (Era incastonata tra il paleolitico e il neolitico) si ebbe un ulteriore graduale miglioramento del clima e seguì un lungo periodo (detto Atlantico) molto piovoso, con temperature piuttosto sostenute e con il conseguente infittirsi ed estendersi, anche a quote elevate, delle aree silvestri ricoperte di vegetazione d'alto fusto. Queste nuove condizioni ambientali favorirono un ulteriore incremento della fauna selvatica ed alimentarono di conseguenza anche il popolamento umano della valle, soprattutto in funzione dell'utilizzo delle risorse abbondantemente offerte da una natura particolarmente ricca, variegata e ancora poco sfruttata. Nelle regioni più calde e da tempo "abitate" da gruppi (relativamente) numerosi di esseri umani, uniti in tribù o in compositi clan familiari, si erano già affermate, intorno al 5.500 a. C., le prime società che praticavano una primordiale e semplice arte di coltivare la terra e di trarne dei frutti che contribuivano a migliorare le stentate condizioni di vita. L'agricoltura organizzata e dunque lo sfruttamento sistematico di appezzamenti di terreno sembra che abbia fatto il suo apparire nelle fertilissime terre del medio oriente (nella cosiddetta “Mezzaluna Verde o Fertile”) ma nel breve volgere di qualche secolo (calcolando i tempi lunghissimi dell'evoluzione umana e gli scarsi contatti tra le varie regioni, popoli e gruppi umani, la sua diffusione fu dunque estremamente rapida) venne adottata da numerosi gruppi umani mediterranei per poi essere messa in "opera" dai vari popoli stanziati in centro Europa e sull'arco alpino. Questo nuovo modo di "impostare la sopravvivenza", legato alla "madre terra", nelle semplici e primitive società, contribuì ad affermare un modo sociale nuovo, di vita "stanziale", che rese necessaria, in tempi molto ravvicinati, la costruzione di ripari e rifugi sicuri, stabili e fissi. I primi uomini neolitici che nel 5.000 a.C. avevano "colonizzato" la Valle Camonica continuarono a praticare la caccia come primario sostentamento ma, pur proseguendo a raccogliere la frutta spontanea, cominciarono anche a coltivare appezzamenti di terreno e a selezionare in modo primitivo le specie di piante e vegetali più produttivi e iniziarono ad allevare alcune specie di animali, divenendo conseguentemente produttori di cibo e di beni oltre che semplici predatori delle risorse naturali.
I contatti commerciali, dopo millenni di voluto o obbligato isolamento, assunsero, per quei tempi, una rilevanza notevole: certamente le popolazioni delle nostre vallate ebbero rapporti costanti e frequenti con il mondo d'oltralpe e centro europeo, oltre che con quello, di più facile accesso, delle altre vicine valli alpine e del resto della penisola Italiana. L'attività metallurgica, oramai radicata e presente (anche in altre valli vicine), divenne importante “motore” di attività lavorativa e per il commercio, sia a scopo “militare” che “civile”, in tutte le sue fasi (estrazione e lavorazione diretta) e nel secondo millennio a.C. obbligò anche la “Camunia", per reggere la "concorrenza" di altri popoli, ad assumere una configurazione più razionale, “pianificare e specializzare” il lavoro e i commerci e sfruttare al meglio il territorio e le sue risorse. Fu in questo periodo che sorsero numerosi, sulle cime delle rupi ma a ridosso o a sorveglianza dei sentieri più battuti, i castellieri che divennero una presenza costante nel lungo periodo che corre dalla fine dell'età del bronzo fino a tutta l'età del ferro. Si trattava di piccoli gruppi di abitazioni costruite in pietrame locale, massi, tronchi, fango e fascine di paglia, erette all'interno di grandi muraglioni in pietra ed erano, di solito, posti alla sommità di colline e dossi. Le abitazioni erano divenute dunque solidi rifugi e il loro compito principale era quello protettivo e di conservazione degli alimenti. Gli spostamenti di persone, animali e mezzi di trasporto tra i vari villaggi svilupparono anche una rete di sentieri o strette strade su cui transitavano i primi carri che nella civiltà ligure-camuna e poi in quelle celtica e etrusca erano a ruote piene. Questa semplice constatazione è suffragata (e provata) dal fatto che moltissime incisioni rupestri raffigurano in tal modo questi mezzi di trasporto che si andarono ad affermare in tutto l'arco alpino. Fu in quei secoli che iniziarono e si mantennero costanti e in seguito divennero massicci i transiti lungo tutte le valli alpine e si ebbero le prime consistenti migrazioni di interi popoli che erano preludio alle successive massicce invasioni indoeuropee. I numerosi giacimenti di materiale ferroso che vennero scoperti e sfruttati in Valle Camonica, oltre alla locale attività di estrazione e di lavorazione, posero questa zona (e la confinante Val di Scalve) al centro di grandi interessi e questo produsse un incremento costante della popolazione residente. Queste "vene" di minerale erano fonte di grande ricchezza (per i parametri di allora) e furono forti poli di attrazione per insediamenti umani anche consistenti. I Camuni, proprio in questo periodo, intrecciarono più intensi e costanti i rapporti con la cultura Golasecca, quindi con gli Etruschi (popolo "emergente" in gran parte della penisola) e con i Veneti. Numerosi gruppi di Celti, dopo la loro discesa verso il sud Italia e le regioni più calde, quando furono bloccati nella loro invasione e vennero rigettati, a nord oltre il Po, dai popoli che già erano presenti nel centro della penisola, si insediarono in molte vallate alpine e penetrarono anche in Valle Camonica. Come per altri popoli, anche per i Celti, lo spostamento avvenne in massa con grandi migrazioni non ordinate o pianificate ma come semplice occupazione di “spazio vitale” o di conquista di territori da sfruttare. Al seguito dei guerrieri, che componevano la classe dominante, vi erano le loro famiglie ma anche coloro che si dedicavano al commercio, quelli che praticavano l'artigianato (non solo strettamente guerresco ma anche di manutenzione: dei carriaggi, delle armi, delle tende…) e i sacerdoti che occupavano posti sociali rilevanti. La loro integrazione con la cultura locale produsse un insieme di culti, tradizioni e modi di vita che, mischiati ad altri di origine etrusca-veneta, durarono fino alla prima metà del 1° secolo a.C. quando arrivarono in Valle Camonica le truppe romane e al loro seguito gli amministratori e i burocrati di Roma che importarono, oltre alla leggi e regolamenti, anche le loro divinità, tra cui primeggiava anche la figura dell'Imperatore Augusto.
La Valle Camonica, nel mondo preistorico, antico e preromano, era identificata (forse addirittura in tutta l'area Mediterranea e continentale Europea) come uno dei più grandi "santuari naturali" a cui guardavano popoli anche lontani. Fenomeni affascinanti e "presenze" naturali fecero si che in Valle Camonica si concentrassero, si sviluppassero e si consegnassero in modo così completo, in modo così unico e irripetibile Culture, Culti, riti, celebrazioni e tradizioni che sono rimasti nella storia dell'umanità come ineguali e uniche a livello mondiale. Solo all'inizio del secolo scorso (nel 2009 si sono celebrati sia il centenario delle prime scoperte e studi delle incisioni rupestri, sia il trentesimo anniversario del riconoscimento da parte dell’UNESCO come sito di interesse mondiale). Da allora si sono scoperte e si sono cominciate a studiare le centinaia di migliaia di incisioni rupestri Camune. Ricercatori e studiosi di tutto il mondo, nel solco dell'Oglio e nelle vallate circostanti, hanno riportato alla luce un universo immenso di figure, disegni e simboli spesso ancora di non facile o chiara e sicura comprensione. In molti casi questi "segni" sono stati incisi uno sull'altro, con tecniche e strumenti diversi creando una sovrapposizione a volte confusa a volte quasi illeggibile e di difficile interpretazione. Il lavoro per riportare alla luce questi grandi tesori, molte volte è stato complesso e meticoloso... è proceduto dapprima con difficoltà e forse con una certa approssimazione, poi è continuato sempre più scientificamente man mano che avvenivano nuove scoperte, si perfezionavano le tecniche, si ampliavano le conoscenze e si incrociavano esperienze con altri siti, con altri appassionati e studiosi e con altri centri di ricerca. Spicca certamente nel grande lavoro di valorizzazione e di studio di questo immenso patrimonio, la figura del professor Emmanuel Anati, ideatore e animatore del Centro Camuno di Studi Preistorici di Capo di Ponte. Le "scoperte" in Valle Camonica, in tutta la Valle Camonica: dalle sponde del Sebino fino alle pendici dell'Aprica o del monte Tonale, continuano e continueranno ancora per molto tempo e per chissà quanto avremo ancora la possibilità di rinvenire siti con i resti e le incisioni lasciateci dal popolo Camuno. Basterebbe ricordare la importantissima e bellissima scoperta fatta solo nell’anno 2009: una raffigurazione con pittura rossa di tre cavalli e cavalieri ed un volto (a grandezza naturale), dell’età del ferro (Vi – I secolo a. C.), di alta spettacolarità espressiva, ritrovato su una roccia verticale nascosta in una forra del torrente Re di Tredenus, nei pressi di Paspardo e presentato al XXIII Symposium del Centro Camuno di Studi Preistorici, nell’ottobre 2009. Questa importante scoperta, definita come “il più bel pannello dipinto dell’arte rupestre camuna e entro alpina”, è stata seguita dal Dipartimento Valle Camonica e Lombardia del C.C.S.P., diretto da Umberto Sansoni. In pratica ovunque, in tutto il solco dell'Oglio e dei suoi numerosi affluenti, sono localizzate scoperte preistoriche. La presenza di quest'arte è massiccia: forse ancora centinaia di migliaia di figure devono essere portate alla luce. Certamente siti di immensa importanza dovranno essere identificati, portati alla luce strudiati. La storia della terra camuna (Camùnia) e del popolo Camuno, così come la conosciamo o la immaginiamo ora, potrebbe essere, in parte, anche riscritta man mano che le nostre attuali conoscenze si arricchiranno di nuove scoperte, di nuove visualizzazioni e di nuove letture che i nostri progenitori ci hanno lasciato con tanta abbondanza.
Le grandi rocce lisce, che i ghiacciai ci hanno regalato nel loro movimento dall'epoca glaciale, sono delle grandi, bellissime, incomparabili pagine sulle quali sono stati incisi quegli eventi significativi, tanto materiali quanto spirituali, in cui si colgono le trasformazioni della "Cultura delle Genti Camune" nel lunghissimo tempo della loro presenza in valle. L'evoluzione socio economica, culturale ed artistica dei Camuni e in genere di quasi tutte le Genti alpine sono descritte come in un grande "murales" a cui possiamo attingere una immensa quantità di informazioni: sono le nostre incisioni rupestri. Le primordiali manifestazioni di quest'arte antichissima, di cui abbiamo per ora conoscenza in Valle Camonica, sono costituite dai "bovidi di Mezzarro". Mezzarro è un sito posto su un piccolo altopiano aperto verso sud-ovest in una posizione dominante gran parte della bassa Valle Camonica, poco sopra e a sud-est di Breno, riparato dai freddi venti del nord e con alcune sorgenti e polle d'acqua che lo rendevano ideale per i primi insediamenti di gruppi di cacciatori stagionali. Queste figure furono certamente realizzate da quegli uomini che, oltre 13.000 anni fa giunsero in Valle Camonica per le prime battute agli ungulati che si erano rifugiati nelle valli alpine. Si tratta di figure naturalistiche impressionate attraverso pochi segni essenziali, ma finalizzati a riprodurre, con una certa fedeltà, le forme stilizzate per esaltare la forza degli animali e di chi li cacciava, che erano presenti sul territorio. Anche nel Mesolitico continuarono ad essere incise delle figure dinamiche degli animali selvatici con cui l'uomo aveva a che fare. Tutte le rappresentazioni erano "trascritte" in funzione della caccia che restava la primaria attività di sostentamento e dunque l’evento “sociale” più rilevante, per quelle antichissime Genti. Con l'avvento dell'agricoltura anche nelle rappresentazioni "grafiche", l'attenzione, di chi ha lasciato questi "segni", passa dall'animale allo stato brado (protagonista della caccia ma anche, come appena scritto, della vita sociale del gruppo), all'uomo stesso, in quanto diretto fautore della propria sopravvivenza.
Alla produzione fortemente schematica, fino ad allora applicata nelle incisioni rupestri, si sostituì una visione della realtà materiale e spirituale che si concretizzò in forme più dinamiche e anche più realistiche. Le rappresentazioni di uomini, di sacerdoti, di armi, tra cui pugnali ed asce e riproduzioni di reali oggetti di metallo (in rame), come pure di scene di aratura, carri, animali domestici e selvatici e oggetti ornamentali (associati spesso a simboli solari), costruiscono, nella loro più ampia eccezionalità, delle vere e proprie equilibrate e radicate "composizioni monumentali" caratterizzanti imponenti e ben localizzati centri spirituali legati al culto del sole. Esempio di questa evoluzione sono i famosi Massi di Cemmo, di Nadro, di Borno e Ossimo e di Boario Terme sui quali sono state rappresentate tutte le componenti della vita del tempo come scorreva dal 3° millennio fino alla successiva età del bronzo. Si trovano incise: asce, alabarde, pugnali, spade, carri, scene di aratura, rappresentazioni di simboli e figure spesso costituenti scene apparentemente a carattere narrativo di eventi reali o mitologici. Proveniente dall'area mediterranea, alla fine del 2° millennio a.C., fu introdotto, anche nelle vallate alpine, l'uso del cavallo. Questo quadrupede, che sarà di fondamentale importanza per migliaia di anni per la vita dell'intera umanità (fino al secolo scorso… fino a pochi anni fa !), venne addomesticato e asservito alle necessità dell'uomo e da quel momento quell'animale divenne una delle figure più comuni e ricorrenti: generalmente era rappresentato come cavalcato da guerrieri e da cacciatori di cervidi. L'età del Ferro, corrispondente, a grandi linee, al 1° millennio a.C., fu certamente il periodo più fecondo per l'arte rupestre camuna. Forse l'80% di tutte le immagini oggi scoperte, rilevate, studiate e catalogate, appartiene a quest'epoca di grande importanza socio spirituale per l'intera Valle dell'Oglio. La stragrande maggioranza di incisioni di questo immenso patrimonio culturale fu realizzata in un periodo abbastanza ristretto valutabile con buona approssimazione in meno di sette secoli: in pratica tra il periodo di influenza etrusca (dal VI secolo a.C.) e la romanizzazione della Valle nel 16/15 a.C. Essenziale e molto fecondo di incisioni, sia per importanza numerica ma specialmente per la qualità delle immagini e dei soggetti fu pure il periodo di influenza celtica e poi romana. Se il numero delle incisioni è elevatissimo, non di meno lo sono i soggetti rappresentati. Si sente, infatti, sia per lo studioso che per il semplice visitatore, come quasi palpabile, presente e aleggiante, tra le rocce incise, quell'esigenza di comunicare con il "sovrumano" intesa come rafforzamento della vita spirituale.
Per usare un paragone "moderno" sembra di assistere a dei "documentari" che riportano con estrema fedeltà le scene principali dello scorrere della vita: la caccia, la lotta, la danza, il culto, l'agricoltura e l'artigianato. Di somma importanza sono le rappresentazioni di armi, simboli, oggetti, figure di strumenti di lavoro, mappe di territori e di villaggi, costruzioni e luoghi di culto, entità soprannaturali, spiriti, processioni e tanti altri soggetti iconoclastici che fotografano la realtà, l'economia, l'ambiente e la grandissima spiritualità di cui era impregnata la vita in quel lontano tempo. Di epoca successiva e dunque ben più recenti (databili fino al VI-V secolo a.C.) iniziarono a comparire anche numerose iscrizioni in caratteri misti etrusco-greco adattati all'idioma locale. La grande varietà di stili riconoscibili, ma anche la cura tecnica e l'impostazione grafica, la ricerca espressiva e specialmente le capacità creative mostrarono notevoli cambiamenti epocali e temporali, anche abbastanza ristretti. Questa "varietà espressiva" era diversa anche in modo profondo a seconda dei momenti, delle influenze e degli scambi culturali che le Genti camune dovevano affrontare e in alcuni casi assorbire. Non si deve dimenticare anche l'importanza, in questa tecnica di "espressione grafica", delle capacità (anche manuali e intellettuali) dei sacerdoti-artisti addetti a questa importante mansione magico religiosa. Anche in età romana i Camuni (non perdendo completamente la coscienza di popolo e le tradizioni degli avi) continuarono ad incidere le rocce. Sonodatabili a questo periodo delle iscrizioni e delle figure del repertorio cosiddetto "classico", che si possono (forse impropriamente) definire "internazionali e generali" poiché presenti in altre culture, anche geograficamente lontane, completate da altre derivate direttamente della tradizione camuna. Poi, anche in Valle Camonica, fece la sua comparsa il Cristianesimo e divennero "soggetti" delle incisioni i simboli della nuova religione dominante che tendeva a scalzare gli antichi dei e la iconografia locale. La millenaria tradizione camuna di incidere le lisce pietre glaciali, non venne in ogni modo meno neppure nel medioevo. Quest'arte cesserà (anche in modo piuttosto repentino e sotto una forte coercizione) solo quando, col Concilio di Trento, verrà sancita, per l'ennesima ma anche ultima volta, la proibizione assoluta di praticare gli antichissimi e nobilissimi culti delle acque, degli alberi, del sole e... delle pietre. E' improbo, complesso e arduo affrontare con disincanto o distacco lo studio della profonda e plurisecolare religiosità e del millenario mondo spirituale delle Genti pre-letterate. Questa situazione tanto complessa e affascinante (non si commetta mai l'errore di considerarla solo espressione puramente mentale e psicologica di una sola classe !!) permane difficile anche per (e nel) "mondo" camuno, nonostante i nostri progenitori, insediati, chiusi e radicati nella nostra Valle, ci abbiano lasciato una profusione imponente di "documenti" da leggere, studiare, interpretare, valutare e conservare. La cultura figurativa preistorica e protostorica in genere (e quindi anche quella valligiana) non è una manifestazione occasionale, sporadica o semispontanea ma è espressione fondamentale di sentimenti profondi, di una concezione complessa e composita del mondo e delle grandi e piccole forze che lo governano, lo dirigono e lo rapportano al soprannaturale. In questo modo è forse più facile intuire come la presenza della religiosità e della magia potesse intrinsecamente "avvolgere e paludare" quasi ogni cosa del mondo allora conosciuto e di quello, ben più vasto e insondabile, che era sconosciuto. L'arte, la Grande Arte, delle incisioni rupestri è dunque la conseguenza, quasi logica e naturale, di "situazioni mentali" ideologiche molto evolute, particolarmente profonde e intensamente vissute. Tutte queste erano basate, sorrette ed alimentate da eventi "strani", che per quelle semplici ma attente Genti rimanevano in gran parte inspiegabili, attribuibili perciò alla forza e alla dinamica interiore delle cose: al "mana" di cui sono cariche: al soprannaturale, al divino. |
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