Nel 1433 il giurista Giacomo Armanno presentò al consiglio di valle il "Corpo degli Statuti" che racchiudeva ogni "Legge, statuto o convenzione" che era riconosciuta come appartenente alla tradizione camuna. Lo stesso anno il "Corpo" fu ratificato dal Senato Veneto e reso operativo. La Valle Camonica e il Sebino, da quel momento, persero molto di quella importanza strategica che avevano avuto fino ad allora e la popolazione locale si poté dedicare, per alcuni anni, più che in passato, ai commerci, alla lavorazione del metallo ferroso e allo sfruttamento intensivo dei vasti e rigogliosi boschi che fornivano in abbondanza legname per la cantieristica navale veneta e per i porti della Repubblica. Ma la valle, nelle sue propaggini più a nord, era sempre comunque terra di confine e così, all'inizio del XVI secolo, vennero segnalate delle scaramucce e delle invasioni di soldati svizzeri e tedeschi che giunsero fino ai passi dell'Aprica, del Mortirolo e del Tonale minacciando i confini nord della Serenissima. Aria di guerra spirava già negli anni precedenti: l'espansionismo di Venezia sulla terraferma del nord Italia faceva paura, incuteva invidie e timori agli altri Stati Italiani che si unirono in una nuova Lega, facendo intervenire, come era consuetudine, anche sovrani stranieri. Il Maggior Consiglio deliberò allora un generale rafforzamento dei numerosi capisaldi difensivi camuni e pose in atto una serie di coscrizioni obbligatorie in valle, per gli abili alle armi, che dovevano servire sotto le insegne dell'esercito di Venezia. Grande era la minaccia ai confini nord della Valle Camonica, poiché, nel 1509, era in pieno svolgimento la guerra voluta dagli stati membri della Lega che a Cambrais l'anno prima (il 10 dicembre 1508) aveva raccolto sotto le stesse bandiere il Papa Giulio II, l'Imperatore Massimiliano d'Asburgo, Luigi XII re di Francia e Ferdinando re d'Aragona; il motivo: contrastare direttamente la grande influenza in Italia e nei Balcani che aveva assunto Venezia (all'apogeo della sua potenza militare, economica e commerciale).
Sconfitta sul campo a Chiara d'Adda (1509), Venezia si vide sottratta l'intera Valle Camonica che venne posta sotto il dominio della Corona francese di Luigi XII. Ma i Camuni, colpiti dalla durezza dell'occupazione francese e fedeli a Venezia, incitati alla resistenza e guidati nella guerriglia da Vincenzo Ronchi, cacciarono le truppe di Luigi dalle valle nel 1512. Nell'ottobre dello stesso anno il re francese, nell'ambito di altri scambi territoriali in tutta Europa, cedette Brescia e le sue terre al Vicerè spagnolo Raimondo Cardona, che, come prima azione di occupazione diretta, mandò una forte schiera di armati a presidiare il castello di Breno. In Valle veneziani e spagnoli si combatterono apertamente e a più riprese fino al 1515, quando Francesco I di Valois, succeduto a Luigi XII sul trono di Francia e alleatosi con Venezia, sconfisse a Melegnano le truppe spagnole, tedesche e pontificie (che solo tre anni prima erano sue alleate), consentendo alla Serenissima di riprendersi Brescia e la Valle Camonica.
Finalmente con la pace di Noyon (1516) anche per la valle ebbe inizio un lungo periodo di pace e di un certo benessere, garantiti dalla stabilità politica e favoriti dallo sviluppo economico che era timidamente iniziato cinquant'anni prima con la prima occupazione della Valle da parte di Venezia, che pose in atto un'avveduta amministrazione. In questo periodo si completò quel movimento di emancipazione locale teso ad assicurare autonomia, efficienza e garanzia istituzionale al Comune rurale camuno, inteso come effettiva "proprietà di tutti" e scaturito dall'esperienza comunitaria delle Vicinie che avevano una profonda radice popolare in tutta la valle. Sorta attorno al mille come unico possibile mezzo popolare di contrapposizione ai numerosi e soffocanti privilegi feudali, la Vicinia legò inizialmente alcuni nuclei familiari o dello stesso paese a comuni proprietà (di solito terreni o attrezzi o piccoli spazi per conservare prodotti agricoli o caseari). Poi la trasformazione lentamente divenne più radicale e socialmente più evoluta, infatti vi erano regolate tutte le attività della collettività secondo criteri democratici che favorivano l'omogeneità ma soprattutto infondevano una profonda maturità politica fino a dare, anche al più semplice cittadino, tutte le responsabilità civili e amministrative, contribuendo alla formazione di una radicata coscienza della propria entità politico-economica-sociale. Questa istituzione popolare, che rimase viva e profondamente presente nella mentalità camuna, fino al XVIII secolo, costituì, in embrione, il Comune rurale, che incominciò a differenziarsi dalla Vicinia fin dal secoloXV quando cominciò ad affermarsi in forma più complessa, compiuta e generalizzata un concetto nuovo: quello di "comunità", cioè di proprietà conquistata ma specialmente condivisa dal popolo. Allora, anche se in modo lento e graduale, la Vicinia, che rappresentava interessi di carattere strettamente locale e contingente, venne dapprima affiancata e poi lentamente assorbita dal Comune che, armonizzando interessi più vasti, riuscì a regolare meglio diritti e doveri di una collettività più complessa e ma anche più aperta. Dunque l'affermarsi, sia pure in forma ancora incompleta, del principio della sovranità popolare nell'ordinamento civile segnò il lento ma inesorabile tramonto del vecchio regime feudale che venne accelerato dallo smembramento delle grandi proprietà fondiarie delle grandi famiglie nobiliari. Dai pochi latifondi presenti sul territorio vennero così ad essere creati numerosi possedimenti di piccole dimensioni, spesso acquistati direttamente non solo da privati ma anche dalla Vicinia o dal Comune. Il crescente sviluppo dell'artigianato, che assunse contorni di piccola industrializzazione e imprenditorialità (carbone, ferro, legname e lana) portò ad una nuova "impostazione" della vita nella, fino ad allora, semplice società montana. Questa aveva fatto, dal tempo della dominazione romana, ben pochi passi in avanti nello sviluppo socio-economico: ora non era più prevalentemente imperniata sulla semplice agricoltura di sopravvivenza e per la prima volta, nella storia camuna, i lavoratori "autonomi" (artigiani e piccoli imprenditori) della valle si riunirono in categorie al fine di difendere meglio i propri diritti e migliorare le proprie condizioni di vita.
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Simbolo e stemma della Valle Camonica
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Queste associazioni furono chiamate coi nomi di Fraglia, Scola o Confraternita. La Valle Camonica, sotto la dominazione veneta, aveva l'aspetto di una repubblica federale, anche perché nè vescovi, nè capitani o podestà riuscirono (pur tentandolo più volte) a limitare o spegnere le fortissime tradizioni comunali federative che da secoli erano presenti in Valle. I "Camuni" iscritti nelle liste comunali erano tutti "originari" e appartenevano a comuni indipendenti che avevano amministrazioni largamente autonome e statuti propri. Tutti i comuni dipendevano dai quattro Pievatici in cui era suddivisa la valle: Rogno, Cemmo, Cividate ed Edolo e tutti insieme erano sottoposti alla Comunità di Valle e formavano nel loro totale complesso l'Università Valligiana. Comunque pur conservando i suoi Statuti, la Valle, era di fatto governata da delegati di Brescia. La sede della Comunità di Valle Camonica, prima a Cividate Camuno, fu posta in Breno a partire dal 1400 e fu poi riconfermata ufficialmente con una "Ducale" del Doge Francesco Foscari del 1428: la Valle, pur mantenendo una sua fisionomia amministrativa propria, dipendeva direttamente da Venezia tramite il Capitanio o Podestà che risiedeva e veniva nominato in Brescia.
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1428: Ritratto del Doge Francesco Foscari
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Dopo il 1440, dopo i vari "tradimenti e passaggi di campo" dei Camuni nelle varie guerre con Milano, il Capitanio (capitano) di Valle o suo Vicario fu sempre scelto tra nobili bresciani e fissò la sua residenza ufficiale a Breno. Il Capitanio di valle, con poteri giuridici e amministrativi dipendeva gerarchicamente dal Capitanio residente a Brescia che alle volte (anche se raramente) si identificava con il Podestà della Città. Il Capitanio (o Capitano) di valle, per il disbrigo degli atti inerenti il suo ufficio, aveva come collaboratori diretti: un luogotenente che lo sostituiva in caso di assenza o malattia, un Vicario e un Coadiuttore che mantenevano i rapporti con la città di Brescia, disbrigavano le pratiche e le corrispondenze di ufficio. L'ufficio del Capitanio poteva assumere, di volta in volta altri "ministri" ed "uffiziali" di giustizia. La nomina di notabili e di patrizi di Brescia alle più alte cariche politico-amministrative della Valle Camonica fu sempre ritenuto un affronto dai Camuni, ma Venezia, come già scritto, dopo i molti "cambiamenti di fronte" e tradimenti, da parte delle grandi e potenti famiglie della vallata dell'Oglio, durante le varie fasi delle numerose guerre, non riteneva di potersi fidare di questi insicuri "ora" sudditi. Molti furono (ma sempre vani), nei secoli successivi, i tentativi di "spostare" le nomine di Capitani e Vicari di Valle dal patriziato bresciano a nomine fatte direttamente a Venezia su rappresentanti non bresciani.
Non vennero mai accolte queste richieste e questo stato di fatto divenne effettivo verso la fine del 1455 cioè dopo che Venezia ebbe completamente soggiogata e pacificata l'intera vallata dopo le lunghe, alterne, successive, frequenti e devastanti guerre contro il ducato di Milano. Dopo la conquista definitiva di tutto il territorio valligiano e completata la "occupazione" anche "politica" della Valle, come nel resto delle nuove terre acquisite da Venezia, furono istituiti uffici giudicanti (di applicazione delle leggi e statuti) e amministrativi e tutti gli organi primari e giusdicenti furono accentrati nella figura del Capitanio di Valle Camonica e del suo Vicario. Come già accennato, a queste due massime cariche venivano nominati dei patrizi e dei nobili bresciani il cui mandato durava un anno e avevano potere di giudicare in materia civile e criminale (penale). In Valle Camonica però facevano eccezione le condanne che, in materia criminale, comportavano spargimento di sangue come la tortura fino alla morte e la pena capitale. In questi casi (non infrequenti) erano comunque sempre il Capitanio o il Vicario a istituire e a condurre direttamente il processo mentre la sentenza era sempre emessa in nome del Podestà Veneto di Brescia da cui il Capitanio di Valle dipendeva direttamente. Questo stato di cose, che era una importante limitazione al potere del Capitanio di Valle rispetto ad altri Capitani della terraferma Veneta, era un privilegio concesso alla Valle Camonica poiché era specificato che i giudici erano tenuti a giudicare unicamente sulla base degli "Statuti di Valle Camonica". In altre terre e distretti, sotto la giurisdizione di Venezia, il Capitanio e il suo Vicario avevano ben più ampi poteri discrezionali, compresa la pena di morte. Questo privilegio era da ascrivere al fatto che Venezia, subito dopo la pace di Lodi, voleva tenersi buoni e fedeli i Camuni poiché la Valle era terra ancora di confine e proprio dalla Valle Camonica erano molte volte transitati grossi eserciti provenienti dal centro Europa che, passando dai valichi alpini dell'Aprica, del Mortirolo e del Tonale potevano poi dilagare nella pianura padana.
Era dunque un semplice calcolo politico: meglio avere gli irrequieti Camuni come alleati che come possibili nemici: questi sudditi erano troppo avvezzi al tradimento e concedendo loro alcuni privilegi sia economici che politici con buone probabilità si poteva averli dalla propria parte. In effetti fu una politica lungimirante e che produsse buoni frutti. Esisteva un'unica eccezione alla limitazione del potere di condannare a morte direttamente ed era quando vi era in gioco la sicurezza dello Stato e delle istituzioni della Repubblica: in questo caso il Capitanio o il suo Vicario potevano comportarsi a loro discrezione fino alla massima pena. Il Capitanio di Valle, come tutti i funzionari veneti di alto grado, era soggetto a regole particolarmente rigide tra cui quella che se non avesse "bene giudicato" secondo gli Statuti, sarebbe stato poi tenuto a pagare una forte multa consistente in una ammenda di 25 fiorini e al totale risarcimento di danni "a chi avesse subito torto". Il Capitanio presiedeva anche tutti i Consigli facendone parte di diritto. Amministrativamente il potere spettava invece ad organismi locali della stessa Valle Camonica e ai suoi rappresentanti ed aveva come massimi uffici:
- La Congregazione dei Deputati
- Il Consiglio Segreto
- Il Consiglio dei Ragionati
- L'Assemblea o Consiglio Generale Queste assise e consigli erano composti unicamente da cittadini "originari" della Valle Camonica.
In tutti questi Consigli erano presenti per diritto: il Capitanio (Capitano), il suo luogotenente o Vicario, il Sindaco, l'Avvocato il Cancelliere e il vice Cancelliere, l'Jusdicente, il Presidente dello Spedale e il Tesoriere, la casata dei Federici era sempre rappresentata di diritto ed era considerata e aveva tutti i privilegi alla stregua di un pievatico.
Il Consiglio (o Congregazione) dei Deputati era composto da sette membri ai quali si dovevano aggiungere i membri di diritto. Era dotato di ampi poteri e poteva deliberare direttamente su tutte le questioni urgenti di carattere amministrativo. Era talmente ritenuto "onorato e onorevole" che, durante le messe solenni di celebrazione per l'insediamento, veniva "incensato" nella stessa misura in cui erano "incensati" il Capitano di Valle e il suo Vicario. Questo rito sottolineava, oltre allo stretto legame tra la Chiesa e il potere politico, anche la diretta investitura e riconoscimento, alle massime cariche civili, da parte del potere ecclesiastico e di tutti i suoi membri. Era un altissimo e ambito riconoscimento che Venezia aveva ottenuto dal Papato.
Il Consiglio dei Ragionati o Elezionari (paragonabile alla attuale Corte dei Conti) era composto da undici membri eletti dai quattro pievatici in cui era divisa la Valle Camonica: Edolo, Cemmo, Cividate e Rogno, uno da casa Federici (più i soliti aventi diritto di cui il Capitano era il presidente) e cinque antecessori immediati. Si riuniva tre volte all'anno e aveva il compito di sorveglianza contabile sulle finanze valligiane. Ma i sui compiti più importanti erano quelli di eleggere e nominare gli undici Ragionati aggiunti che erano scelti: due per ognuno dei quattro Pievatici, uno del comune di Borno, uno di quello di Dalegno, uno della famiglia Federici; i diciannove membri del Consiglio Segreto scelti quattro per ogni Pievatico, due dei comuni di Borno e Dalegno e un Federici ed i novantasei membri del Consiglio Generale scelti due per comune e due Federici.
Il Consiglio Segreto era formato da diciannove membri più gli undici Ragionati aggiunti (più i soliti aventi diritto) e aveva una amplissima autorità su questioni di carattere pubblico e attinenti al servizio della Serenissima Repubblica di San Marco e poteva essere convocato, in caso di urgenza, in qualsiasi momento in via straordinaria.
L'Assemblea (o Consiglio Generale) era composta da centocinquantaquattro Consiglieri, veniva convocata (meglio: si autoconvocava) quattro volte all'anno. Noventasei erano i rappresentanti dei quarantotto comuni della Valle Camonica, 2 della famiglia Federici e tutti i componenti degli altri Consigli: 11 i Consiglieri dei Ragionati, 11 i Ragionati aggiunti, 19 i componenti del Consiglio Segreto, 7 i componenti del Consiglio dei Deputati (più i soliti aventi diritto). Il Consiglio Generale "ufficialmente" aveva tutti i poteri amministrativi poiché procedeva alla nomina delle varie cariche civili valligiane. Con voto segreto eleggeva il Sindaco e l'Avvocato di Valle e i delegati nei vari Consigli.
Il Sindaco di Valle Camonica era scelto e nominato solo tra gli "originari" di Valle Camonica ed era normalmente uno dei "primi signori" che erano i membri più rappresentativi delle grandi famiglie nobiliari camune. Di solito veniva scelto ed eletto tra coloro che "avevano appartenenza ad alto Censo e Nobiltà" ma in più casi venne nominato anche un "giureconsulto" particolarmente "noto e abile". L'ambitissima carica di Sindaco di Valle Camonica, che, oltre a reale potere, dava anche molto lustro a chi ne era insignito, fu monopolio per quasi trecento anni di poche famiglie camune tra cui vanno ricordate oltre ai frequenti rappresentanti dei numerosi rami della solita famiglia Federici che per quarantanove volte ottennero la nomina, anche gli Alberzoni che furono nominati per undici volte, i Ronchi di Breno, i Francesconi di Bienno e i Rizzieri di Ossimo. Due secoli di pace, un buon progresso economico e una sempre crescente iniziativa per i problemi del lavoro e dell'organizzazione sociale, specie nei ceti più bassi, furono tra i fattori principali che caratterizzarono la storia camuna nel lungo periodo in cui la valle fece parte integrante della Serenissima Repubblica Veneta. Dopo la continua espansione territoriale ed economica del XVI secolo, Venezia, raggiunto il suo culmine di potenza, si vide boicottata e "bloccata" dalle altre potenze Europee. Lentamente ma inesorabilmente, anche per lo spostamento verso il nord Europa dei principali flussi di commercio internazionali, iniziò un lento ma continuo declino. La sua debolezza militare e marittima, ma specie l'inerzia e il disimpegno politico segnarono per la Serenissima Repubblica di San Marco l'ora della decadenza che inevitabilmente si concluse in disfatta (meglio disfacimento totale) alla fine del secolo XVIII, quando la Francia esportò anche in Italia la sua rivoluzione: il 15 maggio 1796 Napoleone entrò in Milano e la Lombardia entrò direttamente nell'orbita di influenza francese. Il 12 maggio di un anno dopo (1797) il Maggior Consiglio, nella sua ultima seduta in pompa magna, diede le dimissioni e si sciolse decretando così, dopo tanti secoli di grande storia, la morte ufficiale della Serenissima Repubblica di Venezia.