| CIMBERGO(Simbèrg) | |||
| CIMBERGHESI (Purselù – Simbergòçç – Bastì): 580 (anno 2010) | SUP. COM. (Kmq) : 26,3 | H. m. : 850 slm | |
| Da BRESCIA e BERGAMO Km.81,7 | Da MILANO Km. 132 | CAP. : 25040 | |
IL NOME:
Cimbergo (Shimbèrgh) - Cimbergo (1309): deriverebbe dalla voce celtica "shima" (cima o vetta) e da "berg" (altura). La localizzazione dell’antico nucleo abitato farebbe proprio pensare a questa origine toponomastica-logistica. Potrebbe anche derivare da "cimber" (legno di cembro) con l’aggiunta "berg" (altopiano) ma altri studiosi di toponomastica lo fanno invece derivare dal nome personale germanico "Sigimbergo", molto diffuso tra i Longobardi.
LA STORIA:
Anche in questo bel borgo (come in molti altri paesi camuni), che sorge in quota, sul lato sinistro della media Valle Camonica, sono molte e meravigliose le testimonianze lasciate dagli antichi uomini preistorici appartenenti al popolo dei Camuni. Numerose sono infatti le incisioni rupestri scoperte poco a sud del paese ma, particolarmente significative, sono anche le vestigia e i resti di antiche abitazioni e di rifugi o ripari ricavati nella roccia che dovevano essere da ricovero ai primi gruppi di cacciatori che risalivano la valle all'inseguimento degli ungulati che cercavano rifugio nelle selve e nei boschi alpini. Sono state ritrovate delle strutture megalitiche che fanno ritenere come il sito, dalla sua posizione dominante, fosse anche teatro, in epoche preromane, di luoghi di culto pagani o di riunioni a sfondo religioso e mistico. Anche in epoca cristiana e medievale, specialmente in località Campanine e nei pressi del picco Belvedere, sulle rocce levigate, mantenendo l'antichissima tradizione camuna, furono incise numerose croci ed altri simboli religiosi. Il campo archeologico 1996, che si è svolto in località Campanine di Cimbergo, a cura del dipartimento Valle Camonica del Centro Camuno di studi preistorici (con sede a Capo di Ponte), ha portato a scoperte eccezionali, le più consistenti in questo sito nell'arco degli ultimi 20 anni e, con molta probabilità, le maggiori d'Europa. Nel complesso sono emerse 18 nuove superfici fino ad allora sconosciute, numero che porta a 48 il totale delle rocce figurative nell'area interessata a questi studi. Questa zona si configura in tal modo come una delle grandi aree rupestri del centro della Valle Camonica, il che significa uno dei maggiori centri istoriati alpini europei e mondiali. Le figurazioni scoperte sono almeno 500 che vanno ad aggiungersi alle circa 3500 già conosciute, alcune delle quali di notevole livello storico. Sono visibili e ottimamente conservate: una scena di aratura, mappe topografiche, ruote (probabilmente simbolo del dio celtico Taranis), decine di capanne (a figurare, in più casi, dei villaggi), moltissime figure antropomorfe (oranti e guerrieri spesso in scene complesse ed originali), armi isolate (soprattutto asce da combattimento), chiavi e croci medievali, diversi altri simboli. Poche, stranamente, a riscontro le figure di animali (cervi, cavalli, cani e serpenti) e quelle di altri soggetti presenti in altri siti, a conferma del fatto che ogni area rupestre della Valle Camonica dovette assumere, come pensano più studiosi, ruoli culturali tradizionali e diversificati, integrati sotto una regia forse unitaria ma in un sistema rinnovato in ogni ciclo. Tali cicli, in località Campanine, si riferiscono al lungo periodo compreso fra il neolitico-calcolitico (IV-III Millennio a.c.) e la piena Età Storica (XIII-XIV sec.) con una netta prevalenza dell'Età del Ferro (I millennio a.c.). I vari sistemi forniscono indicazioni preziose per meglio comprendere i messaggi dell'ancora misterioso gigantesco emporio rupestre della Valle Camonica.Dopo il campo studi della fine degli anni ’90, è stato affrontato uno studio dettagliato con vaste e preziose pubblicazioni delle scoperte per una valorizzazione dell'area come parco archeologico tutelato all'interno della Riserva delle Incisioni Rupestri di Ceto-Cimbergo-Paspardo. A quel campo avevano partecipato anche 42 volontari provenienti non solo da varie regioni italiane ma anche dagli USA, dalla Grecia, dalla Germania e dalla Svizzera. Anche nei primi anni del 2000 sono state molte e rilevanti le scoperte di altre incisioni rupestri e si pensa che molte altre possano ancora essere presenti in questa zona. Passato l'anno Mille la prima investitura feudale a Cimbergo fu fatta dal Vescovo di Brescia, Duca di Valle Camonica, nel 1153 a Lanfranco Ghisalberti, della gens Ghisalbertiana, di origine bergamasca. Dalla stessa stirpe discenderebbe anche un'altra potente e importante famiglia che raggiunse grande potere oltre che in Valle anche a Brescia: i Martinengo. Nello stesso anno, sempre dal vescovo di Brescia e dal suo vicariato, furono fatte altre investiture nella figura di Martino fu Rodolfo che assunse la carica di sindaco del comune. Alcune tra le varie potenti e ricche famiglie che avevano proprietà nella zona (non si sa quale per prima, nei secoli XII e XIII) diedero inizio ai lavori di costruzione di un poderoso castello che domina (ancora oggi) gran parte della media Valle Camonica. La rocca per la prima volta è nominata negli Statuti Bresciani del XIII secolo e, al contrario di altre fortificazioni che sorgevano nei paesi viciniori, non fu mai possedimento della più potente famiglia camuna di quei secoli: i Federici che, ghibellini, non riuscirono ad avere molta influenza su questa zona mediana della Valle Camonica, mentre, fino alla dominazione Veneta, erano, con i vari rami, presenti in molti paesi, borghi, rocche e castelli. La rocca di Cimbergo restò a lungo sotto il dominio delle antiche famiglie nobili, che ebbero infeudamenti e il conseguente titolo comitale nella vicina e vasta contea di Cemmo, queste stirpi erano tutte di fede guelfa, perciò molto legate alla Curia Bresciana. Il castello, roccaforte dei Guelfi camuni, resistette, a più riprese e in epoche diverse, a vari tentativi d’assalto delle truppe milanesi dei Visconti e dei loro alleati (Federici in testa). L'appartenenza allo schieramento guelfo fu mantenuto, malgrado le numerose guerre, lotte, vittorie e rovesci, fino al 1288, anno in cui il castello fu espugnato e distrutto dai Bresciani che si erano alleati momentaneamente ai milanesi, a cui i notabili locali si erano ribellati. La repressione fu sanguinosissima tanto che, per rappresaglia, Bernabò Visconti fece impiccare, in un solo giorno, il 6 luglio 1361, ben 38 guelfi, quasi tutti di Cimbergo. Fu in seguito alle continue estenuanti lotte che il 12 marzo 1378, su insistenza dello stesso Visconti, si riunirono nella rocca di Cimbergo alcuni rappresentanti sia dei guelfi che dei ghibellini delle Valli Camonica e di Scalve per stabilire la cessazione delle ostilità in tutti i luoghi fortificati, ad eccezione della Rocca di Cemmo i cui delegati si erano rifiutati di partecipare all'assise. Narra una tradizione orale locale (non è comunque storicamente provato) che soggiornò in questo periodo, nella rocca cimberghese, in una delle sue tante discese in Italia, l'imperatore Federico Barbarossa. Nella famosa pace solenne che si svolse sul ponte della Madonna a sud di Breno nel 1397, mentre, sulla sponda sinistra dello stesso ponte era presente il Podestà della Valle, Giacomo Malaspina, in nome dei Visconti, col capitano Suardi e i numerosi ghibellini (Federici in testa), sulla sponda destra, assieme ai capi guelfi era presente anche Antoniolo da Grevo coi suoi alleati di Cimbergo. Nel 1428, appartenendo sempre alla contea di Cemmo, giunse l'affido della rocca e il controllo sulle terre di Cimbergo a Bartolomeo da Cemmo. Il 28 maggio 1430, in cambio della fedeltà dimostrata, Venezia conferì allo stesso Bartolomeo la giurisdizione sia su Cemmo che su Cimbergo. Solo un decennio dopo, nel 1439, Cimbergo, con Cemmo e Vezza d'Oglio, venne conquistato da Minolo Federici, dai suoi sei fratelli e dai suoi uomini. Questi, con l'inganno e cambiando repentinamente per l'ennesima volta schieramento politico, si erano fatti passare per alleati e amici di Venezia ma invece si erano nuovamente avvicinati al Duca di Milano in questa che fu l'ennesima campagna militare e politica che, solo alcuni anni dopo, vide la definitiva vittoria delle armi della Serenissima Repubblica e la cacciata dei milanesi dalla valle. L'11 aprile 1441 le truppe alleate a Venezia conquistarono il borgo e il castello di Cimbergo e lo sottrassero definitivamente alla giurisdizione amministrativa della contea di Cemmo. Dalla Serenissima giunse, poco dopo, sulla stessa contea, l'investitura per il conte Paride di Lodrone che nel 1438 era sceso in Valle Camonica contro i Visconti ed in aiuto delle truppe della Serenissima, che si erano trovate in difficoltà. Cimbergo, la sua rocca e la sua popolazione, rimase fedele alla Repubblica Veneta anche durante l'ennesima campagna in Valle delle truppe milanesi del Visconti che, con alterne vicende, furono presenti ancora dal 1441 al 1446. Con alcuni atti notarili datati 1447 le terre sotto l'amministrazione di Cimbergo vennero ampliate con vasti beni boschivi. Nel 1455, quando la Serenissima dispose che tutte le fortificazioni della Valle Camonica, escluso il castello di Breno, in cui era posta una consistente guarnigione veneta, venissero smantellate, vi fu un'eccezione proprio per il castello di Cimbergo: arrivò dal Maggior Consiglio il permesso che la rocca non venisse demolita, proprio in grazia alle benemerenze acquistate dai conti Lodrone nella lotta ai Visconti. Dai Lodrone, nel secolo XVIII, il castello diroccato e semi distrutto a causa di un violento incendio, ormai senza nessun valore strategico e militare, passò in proprietà ad alcune famiglie del luogo. Nella casa parrocchiale di Cimbergo, una iscrizione, che si pensa trasportata da Breno, ricorda che il conte Celso Duceo assunse l'importante carica di Vicario della Valle Camonica nel 1592. Nei secoli più recenti Cimbergo fu uno dei numerosi centri montani della media Valle Camonica che si sorreggevano su una economia mista di tipo pastorale, di sfruttamento delle vaste risorse boschive (legname da costruzione, carpenteria e raccolta delle castagne), o agricoltura (produzione di alcune derrate alimentari per il fabbisogno familiare). La vita era molto difficile e grama e anche da Cimbergo furono in molti ad emigrare, spesso anche all’estro, epr trovare un lavoro o un vita migliore: tanto che negli anni 1904/1905 su na popolazione residente di 943 Cimberghesi furono ben 78 ad andarsene, mentre negli anni dal 1946 al 1960 su 917 residenti furono 182 ad emigrare. Se pur marginalmente, ai nostri giorni Cimbergo tenta di affacciarsi al turismo culturale, anche perché sono notevoli le risorse artistiche che riportano all'origine dell'uomo e all'epoca preistorica. DA VISITARE:
Il Castello: è uno dei pochissimi castelli della Valle Camonica che ancora conservino tracce di un certo rilievo dell’antica costruzione e del quale si può ricostruire il profilo planimetrico. Dai ruderi rimasti, non del tutto invece, oggigiorno si può immaginare quale fosse l’aspetto del complesso architettonico. La pianta di questo maniero, come quelle di tutte le roccaforti similari, essendo esse sorte su rilievi ardui e scoscesi, non è regolare e si adatta alla conformazione del terreno. Questa di Cimbergo, costruita proprio sopra uno spuntone di roccia, è singolarmente irregolare. Grosso modo la planimetria potrebbe raffigurarsi in un pentagono, ma molto eteroclito. Vi sono due lati, a nord-ovest e sud-est, più lunghi degli altri tre volti a nord-est, nord e sud-est. Non tutti i muri hanno eguale spessore, ovunque notevole, ma i muri che guardano verso il paese sono di molto più poderosi di quelli che si innalzano sull’impervia roccia che precipita sulla valletta del torrente Re, che funge già da barriera naturale. Da questa parte delle fortificazioni ogni azione offensiva e d’assedio, proprio per il burrone presente, era ritenuta, durante l’epoca medioevale, assolutamente inibita, mentre sugli altri lati si potevano temere degli attacchi, anche diretti. Difatti i possenti antemurali sorgono proprio davanti a questi due lati. La creazione di muri adatti a sostenere l’urto delle artiglierie sia pure primordiali e l’esistenza di due feritoie cannoniere fa supporre che il castello sia stato rifatto o rinforzato in epoca più recente, quando cioè venne consegnato ai conti di Lodrone nel 1441, epoca nella quale la polvere da sparo era già largamente usata e i metodi, di assedio e di difesa, si stavano modernizzando. Il materiale di costruzione dei muri è il solito usato per numerose costruzioni sia pubbliche che private nella Valle Camonica: pietrame misto fatto di conci lavorati, di massi dirozzati alla meglio e di cogoli, di tutte le varietà del posto, preponderanti la tonalite e la pietra simona (che era anche usata per decorazioni e fregi o portali). La porta, per quanto stretta, e quindi abbastanza facilmente difendibile, era uno dei punti più delicati, e in particolare in questo castello dove, vista la conformazione del terreno, non era possibile costruirvi, come per altre costruzioni di questo tipo, davanti un ponte levatoio su di una profonda fossa. Si pensa comunque che davanti a quest’ingresso fosse stato scavato un rivellino collegato proprio ad un fossato, oggi scomparsi. Comunque con la sua bella volta archiacuta (o a sesto rialzato), il portale d’ingresso, è oggi uno degli elementi più ben conservati del castello. Le altre aperture sono invece molto sbrecciate. Vi sono le due cannoniere sul alto nord-est, aperte quasi a rasoterra, come quelle delle navi e dietro di esse dovevano esserci i bassi affusti su cui erano collocati i due pezzi da fuoco. Vi è poi una grande finestra, con arco a tutto sesto, aperta sul lato nord e che si affaccia sul precipizio. Vi sono altre finestre al pianterreno e al primo piano che hanno svariate forme, ma tutte abbastanza grandi. L’ampiezza di queste aperture è una curiosità architettonica abbastanza singolare per una rocca o per un castello, nei quali di solito le aperture, condizionate dalle necessità difensive e non certo decorative, erano abbastanza strette. Le finestre dovevano essere stranamente numerose sui lati che erano i più difesi dall’impervia natura del luogo: quello verso la pianura sottostante (e il fondo valle) e quello aperto sul lato inaccessibile a nord-est. Sugli altri due lati, verso il paese e la strada, le aperture sono molto più rade. Nell’interno non vi è più traccia alcuna di pavimenti, tramezze o di scale. Riprendendo la filosofia costruttiva e abitativa di altri castelli si pensa che a pian terreno vi fosse "la caminada": paragonabile ad un odierno soggiorno, la stanza più “vissuta” con la grande finestra proprio per ottenere piena luce. L’indispensabile cisterna era collocata e si apriva non molto lontana dalla porta ed ancora se ne scorge il vano in cui era scavata. I soffitti dovevano essere a travi scoperte e travetti in legno (forse di larice) perché si vedono i fori di incastro. Al piano superiore erano poste le stanze adibite ad abitazione, alle quali si accedeva con una scala interna in legno. In alto, sulla cresta dei muri, su tutto il perimetro si possono notare i resti della merlatura guelfa, purtroppo molto rovinata. Questa rocca era talmente alta e in posizione strategica sulla valle ed eminente su tutti gli altri castelli camuni e della zona, che i costruttori e i militari ritennero inutile munirlo di un edificio di avvistamento: tutto il castello era di per se stesso una torre di avvistamento molto grande. Da notare la cortina del contrafforte che è disposta davanti alla parte più vulnerabile, perché di facile accesso dal paese e dalla strada: essa è collegata con lo spigolo di sud-est, continua
nella stessa direzione del muro sud per una decina di metri e poi volge ad angolo retto per circa venti metri per poi interrompersi bruscamente pressappoco all’altezza della porta. Può darsi che qui vi fosse un’altra apertura e che la cortina difensiva continuasse fino al dirupo.La Parrocchiale è dedicata a Santa Maria Assunta e la costruzione originaria risale al XVII secolo. E’ stata ristrutturata completamente tra il 1820 e il 1848. Al suo interno sono visibili degli affreschi del pittore Antonio Guadagnini eclettico pittore nato a Esine (1817-1900) ha lasciato in Valle Camonica numerose opere che, per quantità e qualità, rivestono una notevole importanza come qulle a Pisogne nella parrocchiale dedicata a Santa Maria Assunta, nella parrocchiale di Gianico, a Esine, a Cividate, a Malegno, a Ossimo Superiore, a Borno, a Villa di Lozio. Moltissimi lavori di ottima fattura con anche molti affreschi come il ciclo di dipinti murali lasciato nella parrocchiale di Breno.autore anche di una pala e dell’affresco della vasta cupola e delle opere a firma di Baldissera risalenti al 1500. La chiesa di San Giovanni Battista fu inaugurata nel 1574 ma venne ampliata e modificata nelle sue strutture basilari nel 1744. Alcuni affreschi sono del ‘700 e sono visibili una pala sopra l’altare maggiore opera del Baldissera e una soasa di pregevole fattura. LOCALITA' COMUNALI:
(Molte delle località di seguito riportate forse non sono più presenti nella memoria delle nuove generazioni o nelle carte, o nei contratti notarili o nei testi contemporanei. Alcune risalgono, nella loro identificazione, a molti secoli addietro, altre hanno mantenuto intatto la loro localizzazione e il loro nome passando di proprietà in proprietà, altre ancora, anche ai nostri giorni, sono presenti in carte catastali, in contratti di compra vendita o semplicemente nella parlata di tutti i giorni).Badile (Badìl) | a m.2.345: forse è il monte più caratteristico della bassa e media Valle Camonica, data la sua classica conformazione e per la sua posizione a cavallo della grande curva che la Valle Camonica compie ai suoi piedi per inoltrarsi poi a nord, il pizzo si erge sul versante opposto della Concarena e svetta con la sua inconfondibile cima sopra Ceto e Cimbergo sul versante sinistro della Valle. La parte superiore ha la forma di un muraglione roccioso appuntito e largo, per cui, fin dai tempi più remoti era chiamato "Pizzo Badile", nome comunque molto diffuso su tutto l’arco alpino.||||||