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| LOZIESI : 408 (anno 2010) |
SUP. COM. Kmq : 23,9 |
H.m.: 975 s.l.m. |
| DA BRESCIA Km. : 77,5 |
DA MILANO Km. : 127 |
CAP. : 25040 |
IL NOME: Lozio (Lòsh) - Luzio (sec. XI) - Loccio (sec. XVII) - Lòz o Lòs (1597) potrebbe derivare dal celtico o erulo-gotico "lot-loos" o "leod" = gente, tribù o insieme di pastori, oppure da "lutus" e "luteus" = fango, torbido, fangoso, melma.
TELEFONI UTILI: Municipio, via Cappellini, n.9 Tel. 494010.
MANIFESTAZIONI: Patroni Santi Nazario e Celso (28 luglio). Metà agosto: Festa dell’agriturista.
LE FRAZIONI:
Tutti i nomi delle frazioni che compongono il comune di Lozio sono di chiara derivazione latina anche perché sono state fondate in un periodo collocabile dopo la conquista romana della Valle Camonica.
Sommaprada (Shomaprada) m.1061. E’ la frazione più orientale della comunità di Lozio, a sud-ovest del Corno di Concarena. Il suo nome deriva da "summa" = parte superiore e "prata" = praterie: prati superiori, più elevati. Potrebbe anche derivare da "homa", modifica della voce celtica "haem" = abitazione o rifugio più l’aggiunta di "prada".
Làveno: deriva il suo nome dalla voce dialettale "Làen", derivata a sua volta da "aèn" = acqua per indicare le numerose sorgenti che erano localizzate nella zona.
Sucinva (Sheshìnva) m. 850. E’ la frazione più bassa della comunità di Lozio, sul versante sinistro della valle di Lozio. Il nome potrebbe derivare dal germanico "hoh" o "haem" = casa, abitazione o dal supposto aggettivo "socennica" derivato a sua volta dal gentilizio romano "Socennius", o "Soccinnica" da Soccinius.
Villa (I’la de Lòs) a m. 1020: sul fianco sinistro del torrente Lànico. Chira, anche qui l’origine latina "villa"= casa di campagna, abitazione rurale o podere. Nel medioevo era anche un sinonimo di vicus come centro minore ai confini del territorio della civitas.
LOCALITA’ COMUNALI:
(Molte delle località di seguito riportate forse non
sono più presenti nella memoria delle nuove generazioni
o nelle carte, o nei contratti notarili o nei testi contemporanei.
Alcune risalgono, nella loro identificazione, a molti secoli addietro,
altre hanno mantenuto intatto la loro localizzazione e il loro
nome passando di proprietà in proprietà, altre ancora,
anche ai nostri giorni, sono presenti in carte catastali, in contratti
di compra vendita o semplicemente nella parlata di tutti i giorni).
Agulino (Agulì) a m.1280 era riportata su antiche mappe una cascina a sud di Villa di Lozio e del Corno dell’Agula. Agulì è il diminutivo di agùla = poiana comune, uccello diffuso nella zona e da non confondere con l’aquila alpina.
Ailade (Ailàde) a m.1056 località nell’altopiano a Villa di Lozio, accanto al torrente Lanico. Deriverebbe da vailade = piccola valle (vaiella) o da vadellum = piccolo guado.
Baione (Baiù): valletta inserita tra il monte Bagossa e il gruppo roccioso della Concarena, che si apre a nord di Lozio. Il suo nume potrebbe derivare da "baiù" = latrare, chiacchierone in modo acceso e baiùna = femmina chiacchierona e loquace.
Bagozza (Bagòsha) a m.1240 è un picco roccioso che si eleva a nord di Lozio e ne separa la conca dall’alta valle del Dezzo, nella vicina e confinante val di Scalve. Il lungo sperone meridionale richiama la forma di un otre formato con tutta l’intera pelle di capra, che nell’antico dialetto camuno si dice "Bàga".
Bèrgol a m. 1276 prato e cascina posti a sud ovest della Concarena, al confine dei comuni di Malegno e Breno.
Blese (Blese) a m.2197 su alcune carte risalenti al secolo scorso è riportato un "pass de le Blèse" tra la valle del torrente Lanico e quella del torrente Glegna, quasi in fondo alla val Baione tra la Concarena e il monte Bagozza, a nord dalla valle di Lozio. Zona molto scoscesa e ricoperta di prati da cui "blèse" = costa di monte ripida, prativa.
Breina (Brèina) a m.975 erano in questa zona collocati degli antichi molini per macinare granaglie e la zona prese il nome di "mùlì de Brèina" posta nella piccola valle di Santa Cristina al confine tra le frazioni Sommaprada e Villa.
Buda (Bùda), "bùda frèda" = buca fredda, è una ampia e lunga fessura del terreno che percorre quasi tutta la valle di Lozio.
Càbella (Cà-bèla): m.200 "Cà béla" era una località identificata su alcune mappe ad est di Sucinva, frazione di Lozio.
Calcinera (Calshinéra) m.800 circa: una cascina "calshinèra" era posta a sud di Sucinva. Deriverebbe da "calshìna" = calchera, calce, calcina e potrebbe indicare uno dei luoghi in cui veniva prodotta la calce con antico metodo a caldo. Molto diffuso questo nome in molte zone della valle con modifiche nei dialetti locali (calchèra, calsèra ecc).
Camerata (Cameràda) a m. 740 località con case coloniche ad ovest di Laveno, sulla riva sinistra del torrente S. Cristina, sulla strada principale per raggiungere le varie frazioni della valle di Lozio. Deriverebbe da "camèrata" aggettivo che si riferisce ampie stanze di case o di altre costruzioni rurali o di ricovero con le caratteristiche volte in pietrame che sono localizzate nella in zona.
Casinelle-o (Casinèle; Casinèl) m.1155: piccola e antica cascina a sud ovest dell’antico Sommico nei pressi di Sommaprada.
Castello (Castèl) a m. 1200: il "castèl" è località posta poco sopra l’abitato di Villa di Lozio, ad est di Sucinva, nel versante destro della valle, doveva essere il luogo dove sorgeva una delle dimore fortificate della antica famiglia Nobili (vedi storia del paese).
Crap: il Passo di "Crap" è segnato a nord est di Sommaprada a m. 2370.
Crop (Cròp) a m.1270 è posto un colle del Cròp ad est di Sucinva, forse a causa della sua conformazione deriverebbe da "Cròpa" = groppa del cavallo.
Diavolo (Diàol) a m.2272 è segnata su antiche carte la "Pòrta del Dìàol", piccolo passo che dalla valle di Lozio porta in val di Scalve sopra Schilpario.
Gadignale (Gadegnài) a m.800 e poco sotto a 700 sono stati rilevati al confine della fascia boscosa, due appezzamenti di prati con cascine: "Gadègnài de sùra" (= di sopra) e "Gadègnài de sòta" (= di sotto), a sud est di Villa di Lozio.
Ladri: su antiche mappe era riportato un "pass de i Ladrinai", sopra Villa di Lozio, sulle carte moderne non ve n’è più traccia e non è altrimenti specificato. Il nome è forse in riferimento al contrabbando o a bande dedite al ladrocinio sul confine tra la provincia di Brescia (Lozio) e quella di Bergamo (Schilpario).
Lifretto (Lifrèt) a m.2023 è localizzato il "pass de Lifrèt" a nord ovest di Villa di Lozio, sulla cresta spartiacque con val di Scalve.
Lisiga (Leschìne) a m.1565 vi è un dosso ad est di Sommaprada il cui nome deriverebbe da Visega = Isega = festuca ovina (erba molto diffusa nei pascoli alpini).
Luna (Lùna) a m.1500 circa sono segnati su alcune mappe i "còregn de la lùna" = "corni della luna" a sud di Villa di Lozio.
Moia-e a m.1055 era la località "cà de le mòìe" posta ad est di Villa di Lozio.
Paghera (Paghéra) m.1200 circa: a sud ovest di Villa di Lozio. "Paghèr = abete da cui paghèra in dialetto camuno è l’abetaia. Nome diffusissimo in molti comuni.
Plagne (Plagne) m 1407, località a sud ovest di Villa di Lozio, sotto il monte Mignone, a confine con i comuni di Ossimo e Borno. Nome diffusissimo in valle Camonica che deriva da "Plàgna" = luogo piano fra i monti, dal basso latino "plania".
Plagnone (Plagnù) a m.1400 vi è un "doss Plagnù" a nord est di Villa di Lozio. Accrescitivo di "plàgna".
Plazza-e (Plasha-e) m. 1320, un "doss Plàsha) è a sud est di Cima Plazze e ad est di Sommaprada. Deriverebbe dalla voce latina "platea" = piazza.
Prato (Pràt e Prà) a m.1180 vi è "pràt tond" = prato tondo, forse a causa della conformazione del terreno a sud di Sommaprada.
Proline (Pròline) località a m.1215 a sud ovest di Villa di Lozio, alla sinistra del torrente Lànico.
Resona (Resùna) località a circa m. 1000. Su antiche mappe risultavano delle case e baite a sud-ovest di Villa di Lozio, sul fianco destro del torrente Lànico. Resona = eco o accrescitivo di resa. Potrebbe derivare anche da Resina = acqua fangosa e stagnante che a sua volta deriverebbe da Resa o Riesa = terra incolta
Rodello (Rodèl) m.1250: località con cascina a sud-ovest di Villa di Lozio, sul fianco sinistro del torrente Lànico. La vecchia cascina era tra due vallette e il nome potrebbe derivare da "rodèl" = rotolo, poiché "Rodèl" e "Rudèl" sarebbero anche diminutivi di re = rio, ruscello.
Santa Cristina (Shanta Crishtina) a m.1162, è una bella chiesina a nord-ovest di Sommaprada, frazione di Lozio, incastonata alla base di un enorme canalone pietroso che spacca in due la montagna sovrastante. Intestata alla santa che con i fratelli Fermo e Glisente (secondo la leggenda) si ritirarono in eremitaggio su tre monti diversi e comunicavano tra loro con dei falò. Cristina era l’unica che vedeva contemporaneamente i fuochi dei due fratelli, uno sui monti di Borno (Fermo) e l’altro sopra Bienno (Glisente).
Sommico (Shonìch) m.1020 circa. Era una antica frazione della valle di Lozio, la più occidentale, presso Villa. Ich = vico. Probabilmente da Summus vicus (vedi Sommaprada).
Sòssimo (Shoshì) a m.2396 sorge il "Mùt Shoshì", ad ovest di Villa di Lozio ed a nord-ovest di Borno, sopra il passo di Ezendola. Forse da salicinus, pianta diffusa in zona a quote però più basse.
Stalezzo (Stalèsh) m.1014 era un piccolo agglomerato di case a sud-est di Villa di Lozio, tra le valli del Lànico e di Santa Cristina. Originariamente erano quasi certamente ricovero per animali o delle stalle con baite, da "Stal" = stallo o "Stalàsh" = stallaggio.
Under (Onder) m. 1415, località a sud-ovest di Villa di Lozio sotto il monte Mignone a confine col comune di Borno.
Val-lle (Hàl) "la hàl" = la valle scorre a sud-ovest di Sommaprada, tributaria di sinistra del Lànico Per molti toponimi val (oppure "hàl") è sinonimo di torrente.
Valle Piana (Hàl Piàna) a m.2238 e a m.2116: sono identificati sulle carte il "mùt de la hàl piàna" = monte della valle piana o Monte di Valpiana e sottostante malga di Valpiana, sul versante esposto a sud a nord-ovest di Villa di Lozio.
Valzelazzo (Valselàsh) m. 2024, piccolo passo a nord di Villa di Lozio, tra i monti Bagossa e val Piana. Deriverebbe il suo nome da "Valsèl" = piccola valle o vallicella. Valselàsh ne sarebbe il peggiorativo. "Valsel" o Halsèl" è voce dialettale molto diffusa in tutta la valle Camonica per indicare delle piccole valli o dei torrenti montani, in molti casi "Halsèl" è seguito poi dal nome proprio della località.
Valle Varena (Hàl Varèna) solo su antiche carte militari si trova una "Hàl Varèna" localizzabile a Lozio e diramatasi da sotto la Corna di Concarena.. Per la voce Varena (in questo caso specifico) si può far riferimento alla piccola valle di rocce che la identificherebbe, per la quale si può riprendere la radice "var" voce prelatina = acqua corrente. Ma anche da "Vara" = pascolo, prato coltivato o campo.
Viti (Vich o Hìde) m.660 località a sud di Sucinva, sul fianco sinistro della valle di Lozio. La quota del luogo e la esposizione a mezzodì-sera non escludono la presenza della coltivazione della vite. "Hìde" o "vic" o "hìch" in dialetto camuno = viti.
LA STORIA :
Gli antichi Camuni, del ceppo Ligure-Celtico, dovevano certamente conoscere e frequentare questa piccola valle e forse percorrevano i ripidi e stretti sentieri che la collegavano alla vicina Val di Scalve, ma su queste antichissime presenze non si hanno dati e riscontri certi e sicuri se non per induzione indiretta vista la vicinanza di molti siti preistorici ritrovati sull'altopiano di Borno e Ossimo e la continuità col territorio della media Valle Camonica.
Dopo la conquista delle valli alpine nella guerra Retica del 16 a.C., la presenza dei Romani nella piccola di Lozio, scoscesa e protetta naturalmente da una corona di montagne e dalla difficoltà e scarsità di collegamenti e strade, laterale ben più ampia Valle Camonica, è riscontrabile non solo nei nomi di alcune delle varie frazioni che compongono il comune ma anche perché (dal 1889) sono state ritrovate in località Campoguardia diversi siti funerari di epoca barbarico-romana.
Nelle tombe vi erano, a corredo, diversi reperti della stessa epoca.
Intorno all'anno 1000, dopo la lunga dominazione longobarda e la successiva conquista dei Franchi di Carlo Magno, in questa zona ebbero numerose proprietà, benefici feudali e beni i ricchi monasteri bresciani di San Faustino e di Santa Giulia.
Un'antica famiglia di origine bergamasca (la valle di Lozio è a nord-est posta sul confine tra la Valle Camonica e la contigua Valle di Scalve mediante numerosi anche se piccoli passi) i Nobili, fu infeudata, nella valletta dal vescovo di Brescia che dal X secolo aveva assunto anche il titolo di Duca di valle Camonica.
I Nobili di Lozio risultavano anche strettamente imparentati ad un ramo di un'altra importante e nobile famiglia camuna, quella dei Griffi di Losine, pure loro vassalli della Curia Bresciana e dunque di parte guelfa, che erano stati infeudati, in vaste proprietà della media Valle Camonica (sempre intorno all'anno Mille) da un loro diretto congiunto salito alla Cattedra vescovile della città: Giovanni Griffi.
E' passata agli annali della storia camuna la furibonda lite che nell'anno 1156 contrappose gli abitanti di Lozio e quelli del ricco comune di Borno che, recandosi in processione presso l'antica Pieve di Cividate Camuno (da cui le due parrocchie dipendevano), si erano incontrati casualmente sulla stessa stretta via e non volendo cedere la precedenza agli altri si era passati agli insulti e ad un violento scontro fisico.
Allora Cividate era la grande Pieve dalla quale le due comunità di montagna (con altre decine di piccole parrocchie) erano dipendenti per le più importanti funzioni religiose e per il "Fonte Battesimale" che permetteva la raccolta e l'amministrazione diretta delle decime e di molte tasse.
Gli stretti contatti tra la famiglia Nobili e la loro terra d'origine, la Valle di Scalve, in cui fin dai tempi preistorici erano state impiantate fucine per la lavorazione dei metalli estratti in loco, permise a questa dinastia di irrequieti signorotti, di possedere e gestire un forno fusorio in cui avveniva il completo ciclo metallurgico.
Oltre che l'estrazione e la prima cernita del pre-lavorato anche la completa produzione (fino al prodotto finito) con varie tecnologie e lavorazioni del prezioso e ricercato materiale, aumentò notevolmente la loro ricchezza e di conseguenza la presenza e la potenza tra i Guelfi della Valle Camonica che iniziarono a porre i Nobili alla testa del loro movimento che stava subendo pesanti restrizioni da parte dei Ghibellini e di alcune famiglie emergenti affrancate alla parte avversa alla Curia di Brescia e contrari alle infeudazioni imperiali.
I Nobili di Lozio a dimostrazione della loro riconosciuta supremazia, ma anche a dimostrazione delle difficoltà politiche e militari a cui andavano incontro, forse anche per dimostrare la loro potenza, costruirono, sul finire del 1200, uno dei più importanti e possenti castelli della Valle Camonica.
Questo imponente edificio, andato ora quasi completamente distrutto, sorgeva maestoso sugli scoscesi dirupi sovrastanti la località Villa, borgo principale della vallata.
I contemporanei, che visitarono questo castello, lo descrissero di "notevole fattura" (da 1998 sono iniziati dei lavori di recupero e storici locali si sono occupati di questo maniero e dei suoi proprietari).
La potenza dei Nobili raggiunse ulteriore splendore, quando, anche ufficialmente, vennero riconosciuti come capi dell'intera fazione Guelfa della Valle Camonica.
Infatti nel 1363, e furono infeudati come diretti vassalli del Vescovo di Brescia e strinsero ulteriori alleanze e parentele con le altre potenti famiglie guelfe camune come i Griffi di Losine (già loro parenti), i Ronchi di Breno, i Pellegrini di Cemmo, i Grandesini e Lupi di Borno e gli Antonelli di Cimbergo.
I nemici storici dei Nobili furono, già dal XII secolo, l'altra potente famiglia camuna: i Federici di parte ghibellina e diretti delegati dall'Impero (da Federico Barbarossa in poi, da cui sembra abbiano preso anche il nome).
Pur mantenersi ufficialmente equidistante dalle due fazioni in perenne lotta, Bernabò Visconti, che era stato chiamato come arbitro a gestire una tregua, investì di vari privilegi entrambe le famiglie, ma nella sua subdola politica (che lo portò al dominio della Valle) preferì favorire, anche se non apertamente i ghibellini Federici e agì in modo da creare profonde divisioni nella parte guelfa (che al Visconti interessava limitare essendo a quei tempi, la più rilevante e potente della Valle Camonica,).
Lo spregiudicato e infido Signore di Milano nel 1336, a cui interessava mantenere un certo equilibrio tra le parti (favorendo ora l'uno ora l'altro degli schieramenti), esentò i Nobili dal pagamento di numerose tasse e balzelli.
Baroncino Nobili, il più significativo, astuto e preparato rappresentante della famiglia, ricambiò questo favore e i privilegi assegnati e fece da abile mediatore, ad altissimo livello, nella difficile controversia che era sorta tra il Visconti e il Papa.
Ma nel 1371 Barnabò, dimentico dei servizi resi da Baroncino e dal favore che il Nobili aveva meritato presso quella corte, passò d'imperio tutta la Valle di Lozio sotto la giurisdizione della Val di Scalve e questo, come era logico, deteriorò i rapporti tra il Visconti e i Nobili che, in questo modo, si vedevano allontanati dall'amministrazione della Valle Camonica.
La politica viscontea, che nel frattempo aveva elargito altre donazioni ai Nobili, non valse ad evitare che nel 1372-73 i guelfi camuni si alleassero con quelli bergamaschi portando guerra allo stesso Bernabò Visconti, al quale uccisero il figlio Ambrogio.
A questa uccisione sembra non fossero per nulla estranei i vecchi alleati: i Nobili di Lozio, che con lo stesso Baroncino parteciparono, nel 1378 al giuramento per una tregua (che durò solo due mesi) tra le fazioni camune dei guelfi e dei ghibellini che, con la presenza di delegati milanesi, si tenne nel castello di Cimbergo.
Nel 1385, il nuovo potente Signore di Milano, Gian Galeazzo Visconti, non riuscendo a battere i guelfi camuni si vide costretto a concedere nuovi privilegi ai signori loziesi, inaugurando un periodo di distensione.
I Nobili di Lozio, pur restando i principali rappresentanti del guelfismo in terra camuna, visto che lo stesso Visconti si era accordato con il Vescovo di Brescia e aveva concesso a questi alcuni dei principali diritti a riscuotere le decime e le tasse, si rifiutarono di riconoscere i nuovi e pesanti diritti della Curia sul loro feudo e furono quindi "banditi" dalle loro terre e dal Ducato dal podestà Crivelli.
Assieme ai loro Signori anche il comune di Lozio, già entità amministrativa a se stante, fu ammonito.
Ne il comune ne tantomeno i Nobili, asserragliati tra le mura del loro possente castello e con il controllo delle impervie vie che conducevano ad esso, si sottoposero al "bando" e continuarono a essere una delle più importanti realtà politiche e militari della media Valle Camonica.
Nel 1392 il figlio di Baroncino, Pietro, continuando le scorribande che avevano reso celebre i propri avi, guidò vaste razzie di bestiame sui monti di Bienno trasferendo intere mandrie dalla Val Grigna fino a Lozio e poi in Val Seriana e Val Brembana.
Queste azioni crearono un diffuso clima di guerriglia e ritorsioni con faide e vendette, scaramucce e ritorsioni in tutta la Valle Camonica, tanto che lo stesso Gian Galeazzo Visconti ne fu particolarmente preoccupato.
Per questo il Duca di Milano tentò di imporre una tregua generale tra le fazioni, che furono convocate, con tutti i massimi rappresentanti dei comuni e delle più potenti famiglie camune, al ponte Minerva di Breno nel 1397.
Qui si firmò una solenne pace, si giurò sulle sacre scritture e si presero precisi impegni... che ebbero breve durata.
Le lotte ricominciarono addirittura più cruente di prima e su ordine dei Visconti il solito podestà Crivelli dichiarò nuovamente banditi i Nobili, condannandoli a morte se fossero ricomparsi... ma questi rimasero in zona, protetti nel loro ben munito castello.
Anzi il solito irrequieto Baroncino, con altri guelfi camuni, partecipò ad ardite spedizioni anche fuori dalla Valle Camonica come a Rovato ed addirittura a Brescia.
In città le forze guelfe, riuscendo ad impadronirsi dell'intera piazza, scacciarono il vescovo Guglielmo Pusterla, che si era nuovamente alleato ai Visconti e perciò era divenuto inviso alla fazione guelfa (pur al lui pregiudizialmente favorevole) di Valle Camonica che si era vista crescere a dismisura le imposizioni fiscali dalla Curia e dal Ducato.
Quando Pandolfo Malatesta, nominato dal Duca di Milano, per i servigi resi, Signore di Brescia, iniziò una sua personale politica di indipendenza che ben presto lo contrappose agli stessi Visconti (con cui avrebbe dovuto mantenere saldi rapporti di vassallaggio), ebbe nei Nobili di Lozio degli utili e interessati alleati, anche se gli indisciplinati signorotti camuni, si dimostrarono subito particolarmente restii a seguire le ordinanze che giungevano da Brescia.
Il favore del nuovo Signore e la nuova posizione dominante tra le più potenti famiglie della Valle Camonica, scatenò ancor più le fazioni avverse e contro i Nobili e i loro alleati si crearono delle forti coalizioni di fede ghibellina che, auspicando l'arrivo in Valle delle truppe di Milano, si dichiararono favorevoli al ritorno dei Visconti.
Forse su suggerimento di qualche delegato visconteo o per iniziativa voluta da quelli che si sentivano minacciati dal potere e dalla sfrontatezza dei Nobili venne organizzata una spedizione punitiva che doveva colpire e distruggere la famiglia loziese che era asserragliata nella sua impervia valle e nel suo castello.
Così per mano dei Federici (la più potente famiglia ghibellina camuna che aveva stretto attorno a se una serie di accordi e parentele che la ponevano al vertice delle famiglie nobiliari locali), guidati da Giovanni di Erbanno, che era anche insignito del titolo di signore di Mù, fu consumata una spietata e atroce vendetta.
La notte del 25 dicembre 1410, il giorno di Natale (che era stato festeggiato dai Nobili e dai propri famigli nel castello e nelle varie case fortificate a Villa di Lozio), le schiere ghibelline penetrarono nella rocca e uccisero tutti i presenti.
La cronaca di quel sanguinosissimo episodio (poi trasformata anche in una "bota" (= storia) locale) racconta che i Federici, col favore delle tenebre, riuscirono a salire lungo gli stretti sentieri della oscura valle senza essere avvistati poichè nessuno, il giorno di Natale, si sarebbe aspettato un'azione nemica.
Giunti a nord dell'abitato di Villa e della rocca, con un silenzioso lavoro, sbarrarono e deviarono il corso del torrente Lanico che allagò tutte le ripide e strette strade e gelando, vista la rigidissima temperatura, le rese impraticabili e non permise azioni coordinate di difesa.
Tutti i Nobili, i loro famigli e le persone che erano nel castello furono trucidati, nessuno dei numerosi componenti la famiglia, in quella notte sanguinaria scampò al massacro.
Solo due ragazzi, che si trovavano a Bergamo per seguire gli studi, rimasero in vita dell'intera potente, illustre e ricca famiglia dei Nobili di Lozio.
Da allora, la parte guelfa della nobiltà camuna e i paesi che avevano abbracciato la fazione comandata dai Nobili, si schierarono dalla parte dei Federici (e dei Visconti) che, non incontrando più valida resistenza alle loro mire espansionistiche, estesero la loro influenza in ogni angolo della Valle.
Il castello di Lozio e il paese di Villa, che sorgeva accanto alla rocca, rimasero per quasi vent'anni feudo dei Federici di Mù, fino a quando la Serenissima Repubblica Veneta, che aveva conquistato tutta la Valle Camonica, nel 1428, ne ordinò la restituzione agli unici discendenti viventi di Baroncino: Bartolomeo e Pietro Nobili.
Quando nel 1438 i Viscontei tentarono la riconquista della valle, non riuscirono ad espugnare le fortezze di Lozio e di Breno, quest'ultima rifornita durante l'assedio di armi e viveri proprio da Bartolomeo Nobili e dai suoi uomini, la cui fedeltà fu riconosciuta e premiata da Venezia con una speciale legge del Gran Consiglio e del Doge, del 20 giugno 1449, che riconosceva libertà di commercio e d'importazione di sale dai paesi del nord Europa, alla comunità di Lozio e alla Valle Camonica.
Era un altissimo riconoscimento poiché le leggi che regolamentavano questo commercio erano ferree e le pene per i trasgressori erano tra le più gravi e pesanti.
Bartolomeo, fedelissimo di Venezia, capeggiò validamente la resistenza contro le truppe comandate dallo Sforza nel 1453-54, quando i milanesi ripresero, momentaneamente, il castello di Breno e l'intera Valle Camonica.
Malgrado i numerosi tentativi, gli attacchi e l'uso (per la prima volta) delle armi da fuoco (bombarde e colubrine) gli sforzeschi non riuscirono risalire la valle di Lozio e a occupare il castello difesi strenuamente dallo stesso Bartolomeo Nobili e da Girolamo Ronchi.
La fedeltà dei Nobili fu di nuovo ricompensata dalla Repubblica di San Marco, quando le truppe venete, dopo numerosi scontri e battaglie, riconquistarono la valle e vennero concessi ai Nobili altri benefici come quello di consentire loro la riscossione delle imposte dovute dal comune di Lozio che fino ad allora erano state versate direttamente a Brescia.
Nel 1455 il Maggior Consiglio della Serenissima, non più disposto a credere alla malsicura fedeltà di alcuni nobilotti locali che avevano più volte tradito i giuramenti di sudditanza, ordinò lo smantellamento di molti castelli camuni (Montecchio, Plemo, Mu, Cimbergo, Cemmo ecc), ma quello di Lozio fu risparmiato e ai suoi fedeli Signori fu riconosciuta, oltre ai privilegi già citati anche l'ambita "Cittadinanza bresciana" e la proficua e ricca concessione di pesca nei torrenti Lanico e Baione.
La fiducia concessa da parte dei delegati della Repubblica Veneta nei Nobili di Lozio fu ben ricambiata e fu ulteriormente dimostrata nel 1512 da Simone, figlio di Bartolomeo, che partecipò alla riscossa contro le truppe dei Francesi che avevano invaso la valle e occupato alcune rocche camune.
Gli abitanti di Lozio, già dagli inizi del 1400, avevano comunque iniziato a contestare vivacemente ai loro "Signori" alcuni dei principali diritti feudali e le proprietà sul territorio tanto che i Nobili, pressati dai sindaci dovettero cedere alcuni privilegi alla comunità, ma la famiglia riuscì a mantenere forte la propria influenza politica, tant'è che nel 1150 riuscì ad imporre come parroco di Villa un suo giovane membro appena quindicenne (la maggiore età si raggiungeva al compimento del 14° anno).
Questi si comportò in modo tanto scandaloso ed era ritenuto di costumi tanto poco esemplari che Carlo Borromeo, cardinale di Milano, fu costretto a destituirlo ed esiliarlo.
Nel 1574 i Nobili furono costretti a cedere alcuni dei loro privilegi più esclusivi tra cui quello ambitissimo del diritto esclusivo alla caccia sulle loro proprietà e sulle terre della Valle di Lozio.
Di queste concessioni s'impossessò il Comune di Lozio, che li rilevò direttamente, dopo che Venezia non si era opposta al loro incanto e alla loro cessione.
Nel 1500, anche su stimolo della Repubblica Veneta che in questo modo limitò enormemente il potere dei nobili locali, erano sorte in Valle Camonica varie "Vicine" e anche le quattro comunità e frazioni della Valle di Lozio ottennero di poter eleggere i propri organi amministrativi di estrazione popolare e nominare il proprio Console.
I secoli successivi videro sorgere e svilupparsi nei piccoli borghi alcune scuole per l'istruzione dei giovani.
Fino al 1700 la Valle di Lozio restò quasi completamente isolata dal resto della Valle Camonica, poiché era servita solo da stretti e ripidi sentieri che permettevano il passaggio solo di piccoli carri e carichi limitati.
Anche con la vicina Valle di Scalve, con cui confinava solo tramite dei piccoli e disagevoli passi, i collegamenti erano difficili e non praticabili tutto l'anno.
Se questo era stato un grande vantaggio strategico nella difesa della zona, i mutati tempi e le diverse condizioni politiche richiedevano invece collegamenti più celeri e facili, strade più ampie e sicure.
Venne allora costruita una strada che collegava i principali borghi con le grandi arterie del fondo valle camuno e questo permise un più vivace scambio tra le varie popolazioni e i piccoli paesi loziesi che rimasero però a lungo gelosi della loro piccola ma secolare autonomia.
Come per altri centri abitati della Valle Camonica fu alto il contributo di vite umane che la comunità di Lozio pagò per le guerre del Risorgimento e per le due guerre mondiali.
Nell'ultimo conflitto mondiale dopo la caduta del fascismo, dal dicembre del 1944 al gennaio del 1945, in pieno inverno, agì in queste brulle e inospitali montagne la formazione partigiana delle Fiamme Verdi, comandata da Giacomo Cappellini che fu catturato dai nazifascisti, nell'abitato della frazione di Loveno, e dopo un sommario processo, fucilato.
A partire dagli anni 90 anche Lozio, come altri centri minori della Valle Camonica, ha intrapreso, con buoni risultati, la strada dello sviluppo turistico e la tranquillità della sua piccola ma incantevole Valle, non ancora contaminata da traffico intenso e da qualche speculazione edilizia selvaggia, è la maggiore attrattiva per i sempre più numerosi villeggianti che trascorrono i mesi estivi nelle quattro frazioni.
Numerosi sono gli itinerari e le escursioni che sono state programmate e consigliate dalla pro-loco che, toccando i diversi angoli caratteristici, fanno della Valle di Lozio un punto di riferimento non solo per escursioni a piedi ma anche per raduni motociclistici.
Si cercano anche di rivalutare quelle vestigia storiche legate alla piccola nobiltà locale che tanta importanza aveva avuto nella storia più articolata e ampia della Valle Camonica, con la riscoperta delle rocche dei Nobili e le tracce di insediamenti di epoca preistorica.
DA VISITARE:
Non esistono edifici civili di una certa importanza, malgrado la potente famiglia Nobili avesse edificato un possente castello, poco distante da Villa, che fu magnificato anche da alcuni scrittori contemporanei. Il castello fu completamente demolito e delle sue mura non rimangono che pochi e poco individuabili resti.
La Chiesetta di S. Cristina, sorge in quota e in posizione isolata ed elevata, ai piedi di un vasto canalone ghiaioso che la pone in posizione visibile da molte delle montagne circostanti fin all’imboccatura delle Valle di Lozio. E’ posizionata a ovest di Sucinva e a S.Cristina e ai suoi fratelli Fermo (a Borno) e Glisente (a Bienno) fa riferimento l’antica leggenda carolingia dei tre che contribuirono con loro esempio ascetico a cristianizzare la Valle Camonica.. Ha un tabernacolo a forma parallelopipede su una base sagomata, con piccole colonne tortili e con decorazioni secentesche.
Stagliata su una collinetta che domina tutta la valle di Lozio e che è visibile sin dalla strada che sale da Malegno a Borno la elegante chiesa dei SS. Nazaro e Celso a Laveno. Edificata nel 1600, con elegante portichetto con pilastrini e lesene in arenaria, davanti al portale. La pala dell’altare maggiore è di A. Morone mentre il paliotto e la soasa dell’altare si riferiscono alla Madonna del Rosario.
Sempre a Làveno la chiesa di Santa Maria Assunta ha una pala del 1600, del Bate (Giacomo Borghini) raffigurante la Madonna col Bambino, i Santi Domenico e Caterina e un sacerdote.
La parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo a Villa fu ricostruita nel 1600 e conserva un notevole altare maggiore opera di Baroncino di Rezzato. Gli altari laterali sono invece attribuiti al milanese Antonio Veda. Notevoli sono pure gli affreschi e alcune opere lignee del 1800 di Antonio Guadagnini.
Nella chiesa di San Giovanni Battista a Sommaprada è conservata una tela del 1600, raffigurante San Bartolomeo.
La chiesa di Sant’Antonio da Padova sorge a Sucinava, edificata nel 1600, contiene una tela seicentesca raffigurante la Madonna col Bambino e i Santi Francesco, Saverio e Antonio da Padova attribuita al Bate (Giacomo Borgnini).
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